Interviste

A voi l’intervista con Marco Volpe, autore della saga del Kyls’Ahr, Il Figlio dei Cieli!

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Salve Marco! A tante persone piacerebbe scrivere, ma forse pensano di non avere il talento o abbastanza fantasia. Cosa ti ha spinto a fare il grande passo?

Quando hai dentro tante emozioni contrastanti e le hai vissute sulla pelle, tanto da non riuscire più a tenertele nel petto, hai bisogno di raccontarle e di dare sfogo ai pensieri e alle parole. Questo è ciò che mi ha spinto a scrivere. Non credo sia questione di talento, o nemmeno di fantasia, a frenare le persone dal mettersi a scrivere: penso sia più la mancanza di convinzione in se stessi e in quello che si potrebbe lasciare al mondo.

Come concili un’impostazione formativa e professionale di stampo tecnico come la tua e la fantasia e la libertà creativa?

Nel mio lavoro la creatività è importante, quindi riesco a conciliare molto bene entrambe le attività. Avere un’impostazione tecnica è utile anche per riuscire a creare un mondo che sia solido e convincente, in cui nulla, o comunque il minimo possibile, sia lasciato al caso.

Perché hai scelto il fantasy come genere letterario?

Ho scelto il fantasy, e più nel dettaglio l’high fantasy, perché lo vesto alla perfezione. Non mi immaginerei a scrivere romanzi di altri generi, vuoi perché mi piace scrivere di personaggi e situazioni che possono esistere solo in mondi idilliaci diversi dal nostro, vuoi perché non mi sento abbastanza esperto per poter spaziare in altri universi letterari. Ho sempre letto romanzi fantasy, ho sempre giocato a videogiochi sul genere e “studiato” manuali di GDR, per l’appunto, sul genere fantastico: in sintesi, è l’unica via che ho sempre seguito e che mi è stato naturale imboccare!

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri? Quanto ti stanno a cuore i tuoi personaggi?

C’è molto di mio: dalle mie paure ai miei obiettivi, dalle persone che mi circondano a quelle perdute, dai miei vizi a quelle che, credo, sono le mie virtù. Ci sono le mie speranze, i miei dubbi e, sì, anche le mie ambizioni.

Ogni personaggio è una parte del mio passato, del mio presente e, spero, anche del mio futuro. Hanno iniziato ad abitare le pagine che scrivo perché sono tutti legati a me, dal più “buono” al più “cattivo”, da quello più importante a quello molto più che secondario. Descrivere il loro arrivo tra i fogli bianchi è sempre un’emozione unica: lasciarli indietro, come nel mondo reale, una sofferenza.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che senti più affine?

La musica, senza dubbio alcuno. Mi affascina perché credo sia l’unica forma d’arte in cui, con solo sette minuscoli frammenti a disposizione, le note, è possibile creare l’infinito. Ascoltare e immergersi nella musica è come guardare il mare: puoi star fermo per ore, fissando sempre lo stesso punto, e non provare la minima noia.

Qual è il tuo rapporto con la critica?

Purtroppo, in questo momento, il mio rapporto con la critica è solo agli albori. Penso, tuttavia, che la critica, se costruttiva, sia il miglior approccio per migliorarsi. Critiche distruttive, magari anche non documentate, hanno invece il solo scopo di svilire e minare il rapporto tra autore e lettore.

Hai creato un progetto del tuo libro prima di cominciare, pianificando quindi tutta la storia, oppure quest’ultima si è sviluppata quasi “autonomamente” mentre avanzavi?

L’unica vera struttura creata, prima di iniziare a scrivere, è stata il mondo in cui tutto si svolge. Ho delineato molto bene Azura e le sue stirpi, ogni sua razza e anche la lingua, che ha le proprie sfumature e le proprie regole grammaticali.

Dopodiché, chiaramente, ho pensato una storia che mi convincesse, il cui filone narrativo principale è stato approfondito nelle sue milestones (con anche alcuni colpi di scena): posso dire, tuttavia, che gran parte del romanzo si è poi “scritta da sola” in essere.

Ti è riuscito facile creare una storia convincente e realistica dal punto di vista contenutistico e logico o ci sono stati momenti in cui non eri più sicuro su come procedere?

Devo dire che è stato abbastanza semplice, in sé, creare la storia. Per quanto lo sia stato, tuttavia, devo ammettere che ci sono stati un paio di momenti in cui non ero certo su come procedere. Non voglio addentrarmi in dettagli, per evitare spoiler, ma posso dire che in due occasioni mi sono dovuto fermare e rivedere molto del testo scritto, in modo tale da capire se avesse senso proseguire in un modo oppure in un altro: il risultato, però, mi piace molto e sono contento delle scelte compiute.

Come hai affinato il tuo stile, sei stato influenzato da qualcuno in particolare?

Una gran mano, in questo senso, me l’ha data mia moglie. È stata la mia prima correttrice di bozze ed è stata proprio lei a farmi notare quanto il mio modo di scrivere, inizialmente, fosse troppo arido e prosaico. I contenuti erano buoni, a sua detta, ma mancava uno stile a incorniciarli: data l’atmosfera del romanzo ho quindi scelto di avventurarmi nella scelta di un registro piuttosto alto, con toni un po’ forbiti. A opzione vagliata, a quel punto, l’unico mio appiglio è stato studiare e leggere. Mi sono dato a Wilde e Tolkien, non dimenticandomi di King: da loro esce il mio stile, che spero possa piacere a chiunque vorrà leggere la mia opera.

Che contributo pensi che i tuoi libri possano dare al mondo della letteratura?

Questa è una domanda tosta, davvero, e darle una risposta efficace senza risultare arrogante non è affatto semplice!

Il romanzo ha vinto la quinta edizione del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea: quindi un piccolo lascito, un minuscolo tassello nell’enorme mosaico che è la letteratura odierna ha potuto incastonarlo. Io, più che alla letteratura, vorrei in realtà dare un contributo alla vita di chiunque si trovi tra le mani il mio romanzo: se tra le sue pagine un lettore riuscirà a trovare un insegnamento, una guida, una speranza e la volontà di andare sempre avanti, nonostante tutto, per me sarebbe il più grande tra gli onori e significherebbe aver dato un senso alla mia scrittura.

Ringrazio Elisabetta e il suo blog, Penne in libertà, per le domande e per lo spazio dedicato al mio romanzo!

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Oggi vi presento l’intervista con Teodoro Lorenzo, autore di Le Streghe di Atripalda, recensito per voi nella rubrica Recensioni

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Salve Teodoro, vuoi raccontarci quando hai cominciato a scrivere? Cosa ti ha spinto a farlo?

Durante una partita contro il Sant’Angelo Lodigiano (era un torneo in notturna ad Abbiategrasso) subivo un grave infortunio. Avevo 17 anni e giocavo nei ragazzi della Juve. Uno scontro di gioco mi aveva procurato la frattura del condilo mediale del femore destro (la parte terminale del femore, quella a contatto con il ginocchio). Sono stato ricoverato un mese nell’ospedale di quella città. I miei genitori decisero di lasciarmi lì dopo aver parlato con il primario, quello che poi mi avrebbe operato. “Siete i genitori, potete portarlo a Torino. Ma vi dico di lasciarmelo qui. Ve lo rimetto in piedi, fidatevi di me”. Andò così, e fecero bene a fidarsi. Era il 1979, maggio 1979. Ho subito due interventi, sono stato fermo un anno, la mia gamba destra è più corta di un centimetro rispetto a quella sinistra, avrei potuto rimanere zoppo per tutta la vita ed invece ho ripreso a giocare, arrivando ai professionisti (ho giocato tre anni nell’Alessandria). Ebbene ho cominciato a scrivere proprio in ospedale, durante quelle giornate interminabili passate prima nel letto poi sulla carrozzina. Come uno sfogo e un argine a quella marea nera di pensieri e di dolore che mi stava invadendo. Ho scritto il mio primo racconto. Non poteva che riguardare il calcio, e l’infortunio appena subito. L’ho intitolato “ Il campione”. A distanza di anni, venti per l’esattezza, l’ho inserito nel libro “SALUTI DA BUENOS AIRES” che mi è stato pubblicato da Bradipolibri nel 2009 (14 racconti di sport).

Come hai fatto a sviluppare una buona tecnica di scrittura?

Nonostante si parli di “tecnica” di scrittura, non credo ci sia una possibilità di acquisirla. Non credo si possa imparare, anche se stanno proliferando dappertutto scuole di scrittura. È lo stesso fenomeno delle scuole calcio. Ce ne sono migliaia, dovrebbe sfornare giocatori a getto continuo, poi però bravi giocatori italiani ne abbiamo pochi e campioni nessuno tanto che non riusciamo nemmeno a qualificarci per i campionati mondiali. Un’onta indicibile dopo 60 anni. Credo, sia per le une che per le altre, che si tratti solo di un modo per spillare quattrini. E comunque per scrivere bene l’unico modo è leggere, leggere e ancora leggere. Si arriva a scrivere bene ma non ad avere uno stile. Quello te lo dà il Padreterno. È un talento naturale, come per il calcio. È quindi del tutto inutile ispirarsi a qualche autore, è inutile tentare di copiare uno stile.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi lavori?

Ho cominciato a giocare a pallone che avevo dieci anni e ho smesso che ne avevo 27. Una grande parte della mia vita l’ho quindi dedicata allo sport. Non poteva non condizionarmi. Nei miei lavori posso dire che tutto o quasi tutto è autobiografico, nel senso che cerco di imprigionare sulla carta le emozioni, le sensazioni, la rabbia, la gioia o la sofferenza che ho provato in quegli anni e che sono rimaste dentro di me.

Cosa si prova a vedere il proprio romanzo pubblicato?

Vedere i propri lavori stampati e pubblicati è naturalmente una gioia immensa. Le tue idee si sono trasformate in qualcosa di concreto, di materiale, qualcosa che si può toccare. Ma non per tutti è la stessa cosa, dipende fondamentalmente dal perché hai voluto scrivere quel libro. Per qualcuno può essere solo il nutrimento del proprio ego, una soddisfazione narcisistica, e allora diventa tutto fatuo e un po’ vuoto. Per me in fondo voleva essere la ricompensa postuma datami dallo sport. I miei libri mi hanno dato tante soddisfazioni, vederli pubblicati, impilati sullo scafale di una libreria, saperli sul comodino di qualcuno da qualche parte in Italia, sapere che sono io che gli sto tenendo compagnia magari prima di addormentarsi, tutto è stato meraviglioso.

Qual è il tuo rapporto con lo sport oggi?

Pur avendo amato profondamente il calcio, non ne sono stato riamato. Il calcio non ha voluto il mio amore, volevo abbracciarlo ma quella sera di quel maggio lontano lui mi ha girato la schiena. Con i miei libri, SALUTI DA BUENOS AIRES e LE STREGHE DI ATRIPALDA, speravo che la mia fame di amore potesse saziarsi. Credevo che questo bastasse, ma mi sbagliavo. La ferita di quell’amore non corrisposto è ancora aperta e continua a farmi male.

Qual è la tua novella preferita tra quelle che hai scritto?

Nel 2009 è stato pubblicato “SALUTI DA BUENOS AIRES”. Si trattava di 14 racconti di sport. 14 racconti per 14 diverse discipline sportive. Ma c’erano tante altre discipline che meritavano altrettanta attenzione e allora ho scritto altri 14 racconti, altre 14 discipline sportive. Sono confluite nel lavoro pubblicatomi nel maggio di quest’anno dal titolo “LE STREGHE DI ATRIPALDA”. Non ero più un ragazzo, la vita si era fatta sentire con la sua forza, mi ero laureato, avevo cominciato a lavorare, mi ero sposato, erano nati i miei figli. Esperienze che segnano la vita di un uomo e che non potevano non entrare nella mia scrittura. Per questo motivo il racconto di quest’ultimo mio lavoro al quale mi sento più legato è “LETTERA A MARIA”. Parla della vela, in realtà è una dedica a mia figlia e a mia madre, che mi aveva lasciato.

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Ecco a voi l’intervista con Brian L. Porter, autore di Dopo l’Armageddon

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Brian, what do you do in your life apart from writing?

Well, when I’m not writing, most of my activities are centred around our ten rescue dogs, especially caring for my epileptic dog, Sasha, the subject of my international award winning book, Sasha, which has been a #1 Amazon bestseller in the UK, Australia and in Italy, which was surprising for an English language book. The book has also been in the Top Ten on Amazon in Canada, France and Germany too. My wife, Juliet and I are avid dog rescuers and currently share our lives with ten beautiful dogs who share our home and our lives. After the success of Sasha’s story, I wrote a sequel, Sheba: From Hell to Happiness, detailing the life of Sheba, another of our rescues, and Sasha best friend which became an Amazon UK #1 bestseller on the day it went on preorder.

The rest of my time tends to be devoted to research for future books, most importantly for my successful Mersey Mystery Series, which is proving very popular. Set in my home town of Liverpool, it’s important to me that the factual content present in all my novels, in accurate and up to date and I work closely with my researcher Debbie Poole in Liverpool to achieve the necessary realism and accuracy my novels deserve.

How many books have you written already?

Including translated editions, I currently have 31 published works listed at Amazon UK as Brian L Porter. In addition I have three children’s/young adult books listed under the Harry Porter name plus one collection of romantic poetry published as Juan Pablo Jalisco, (also an Amazon #1 bestseller in the USA and UK). The majority of those books are my thrillers/mysteries, with of course, my short story collection, After Armageddon, a #1 bestseller in the USA and UK and also in Italy in its translated edition.

How did you start writing? Have you been encouraged by someone?

First of all, I’ve always been an avid reader, from being a young boy at junior school. I’d never entertained any thoughts of becoming a writer, however, until, some years ago I suffered a nervous breakdown which, together with a heart problem, meant I could no longer continue my career in business management. A friend suggested writing as a form of therapy, and so, encouraged by Isobel, I began slowly, writing poetry to begin with. I was quite successful as a poet and eventually had over 200 poems published, mostly in poetry anthologies and online magazines. I then saw an advertisement in my local library for a short story contest so I thought I’d try my hand at writing an entry. Although my story didn’t win the contest, I had caught the writing ‘bug’ and continued to write a number of successful short stories many of which were published in various anthologies, much like my poetry.

It was my son, Alan, who eventually encouraged me to try writing a full length novel. I gave it a go, and was delighted when my debut work, A Study in Red, The Secret Journal of Jack the Ripper was accepted for publication by Canadian Publisher, Double Dragon Publishing. I have not looked back since that day and have gone on to become a fairly successful author, with a dozen Amazon bestsellers to my name, always encouraged by my current publisher, Miika Hanila at Creativia Publishing, in Finland. One constant during my early novel writing days was the support and encouragement I received from my wonderful mother, Enid Ann Porter, who was always ‘on my side’ always pushing me to do better and who picked me up when I felt down or my ideas had dried up and I felt like giving up. Sadly, my Mum died at the age of almost 91, just before my books really began to take off. I know she’d be proud to see how well my books have succeeded and most of my books carried a dedication to my dear mother.

Do you have any particular habits when writing?

My only habit is the fact that I like to be in total silence while I write. Some authors I know like to have music playing in the background or even have the TV switched on, playing in the background, but for me, the only way to maintain absolute concentration is by being surrounded by a wall of silence to enable me to maintain total focus on my work.

 Which writers have influenced you the most?

Number one on this list has to be Sir Arthur Conan Doyle, creator of the Sherlock Holmes stories. As a young boy, I became enthralled, first of all with the story of The Hound of the Baskervilles, and in the coming years I went on to read all of his Sherlock Holmes stories, both long and short, as well as Conan Doyle’s prodigious number of non-Holmes related short stories. I’m sure, even today, that many people only think of Conan Doyle as the creator of Sherlock Holmes, and don’t realise he actually wrote hundreds of wonderful short stories. I can thoroughly recommend them.

I’ve also been greatly influenced by the books of Clive Cussler, for me, the father of the modern adventure novel. I can read his books over and over again, and never get bored when revisiting one I’ve previously re, kind of like visiting an old friend.

In writing my murder mysteries, I was also influenced by the works of the late, great Ed McBain. His 87th Precinct crime thrillers never ceased to entertain me, and many of them still hold pride of place on my bookshelves at home, I see him as the grandmaster of crime fiction.

Finally, I have always been influenced by the style and content of the medical thrillers of U.S. author Tess Gerritsen.  I actually contacted Tess while I was writing my first novel and she was wonderfully encouraging to me, an unknown author, an I was delighted when she sent me a ‘good luck’ message to be included on the cover of A Study in Red. Not just a great writer, but a real lady too!

Apart from writing, what form of art do you like the most?

Definitely cinema. I love watching movies, particularly older, classic movies from the 1940s and 50s. Some of those films managed to create some superb special effects without the modern day benefit of Computer Generated Imagery, (C.G.I.).  In particular, I loved the superb effects created by the great Ray Harryhausen for the old Voyage of Sinbad and Jason and the Argonauts etc. I loved the old musicals too, such as Singing in the Rain, with Gene Kelly. Slightly more modern, but I loved films like The Great Escape with Steve McQueen, and a stellar cast of great actors and from the modern crop movies, I love the work that went into the producing of Independence Day.

What themes are you interested in and what themes do you like writing about?

Anyone who has read my After Armageddon collection of short stories will probably have guessed that my tastes are quite eclectic. I enjoy thrillers, mysteries, science-fiction and good old-fashioned adventure stories. When it comes to my novel writing though, I stick to writing what I do best, which is of course thrillers and murder/mysteries. My true-life dog rescue books were totally different of course and extremely personal ventures, which I thoroughly loved writing and seeing my wonderful rescue dogs receive the exposure they deserved.

We know that you care for dogs, what is it you love most about them?

Dogs have a seemingly endless capacity for giving their unconditional love and loyalty to their owners, in return for so little. All they ask for is a good meal, a warm place to sleep and a little love and affection, and they will truly become the best friend a man (or woman) could wish for. I will never understand the way some people can be cruel towards, or abuse these wonderful, intelligent animals that are capable of bringing so much pleasure into their owner’s lives.

My wife Juliet and I currently own ten beautiful rescue dogs, of varying breeds who bring joy and happiness to our lives every single day. All of them share our home, our lives and our affection. Some of them went through terrible abuse or neglect before coming to us, and yet their capacity for love and loyalty was undiminished and they quickly responded to the love and care we gave them from their first days with us, and all have become valued and well behaved members of our canine ‘family’. We truly would not want to be without any of them.

You co-operate with ThunderBall Films. Can you tell us more about your work with them?

I was first approached by the CEO of ThunderBall Films, Mario Domina, some years ago. He wanted to buy the rights to adapt my book, A Study in Red, The Secret Journal of Jack the Ripper, into a movie. As our working relationship grew, we became good friends and Mario read and enjoyed more of my books, until he finally told me he felt my books were written as if for movie or TV adaptation, they were so ‘visual’ to use his description. As a result he signed the rest of my novels to a franchise deal and also asked me to become a screenwriter for ThunderBall. I’m currently working on a screenplay for them based on a true story of demonic possession, written by a U.S. author and entitled The Devil Called Collect.

Which story from After Armageddon are you most fond of, and why?

Although I like them all (I wrote them, after all), I think my joint favourites would be The Voice of Anton Bouchard, and Toxic Bitch. The Voice of Anton Bouchard is novelette length and is set in Paris during a very hot, steamy Paris summer. A serial killer is at loose in the city, striking at young women in the dead of night. The story is told from the perception of the chief of police, Anton Bouchard, and I can guarantee readers they will be faced with not just one, but two surprise twists in this tale.

Toxic Bitch was originally commissioned by the now defunct Sonar 4 Publishing and first appeared in their anthology, Ladies and Gentlemen of Horror, in 2011. It’s a salutary tale, a warning of what may become of mankind and our planet if we continue to pollute and defile the environment. Some people have described it as a very, very scary story, and others have called it a lesson in how to destroy the world. When I was writing it, I just thought it was a good storyline and never expected it to have the kind of effect it has had on readers. I suppose that’s a good thing.

Those who enjoy something a little more ‘quirky’ will probably enjoy Megalith, a strange and rather frivolous piece of work I wrote while in a particularly ‘outside the box’ mood. Again, it has had a positive effect on readers who have reported to me that they enjoyed the story, especially for its unusual and almost impossible but equally satisfying premise.

Do you think that your books could change the world in some way?

The short answer to that, in the most part, would be no. My novels and mysteries are intended to be read as pure entertainment and it makes me happy to think they bring a few hours of reading pleasure to those who buy and read them.

In the case of my dog rescue books however, I would like to think that they might encourage those who read them to spare a thought for all the abused and neglected dogs in the world and maybe, just maybe, the next time they are thinking of buying a dog, they might consider adopting a rescue dog from their local animal shelter or sanctuary. Saving one dog’s life might not change the world, but it WILL change that particular dog’s life, for ever.

How can our readers find out more about you and your books?

Readers can obviously visit my author page at any Amazon website. For your Italian readers that would be at https://www.amazon.it/Brian-L.-Porter/e/B00466KITC/ref=dp_byline_cont_ebooks_1

I also have a website at www.brianlporter.co.uk

And a blog at https://sashaandharry.blogspot.co.uk/

I’m also on Facebook, as Harry Porter at https://www.facebook.com/harry.porter.12139862

Thank you for talking to me Brian and I wish you continued success in your writing and in your dog rescue work.

Thank you for inviting me to talk with you, Elisabetta. It has been a pleasure and a privilege. I hope your readers enjoyed the interview and I wish them all…Happy reading, ciao!

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Ecco a voi l’intervista a Luigi Saccomanno, autore del libro “Scrittori brutta razza” edito da Lupo Editore.

Luigi, come hai cominciato a scrivere? Sei stato incoraggiato da qualcuno?
Ho cominciato a scrivere per puro trasporto, per necessità fisica. E perché ero triste, molto triste, e scrivere mi rende felice. Ricordo che in quel periodo, avrò avuto sedici-diciassette anni, stavo leggendo un manga di Kia Asamiya, “Steam Detectives”, uno sci-fi ambientato nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, e iniziai a buttar giù una specie di giallo ambientato in un contesto simile, esercitandomi sulle descrizioni degli ambienti e sui dettagli fisici più che psicologici, influenzato in parte dal testo descrittivo scolastico e, in altra parte, da “La Morte a Venezia” di Thomas Mann.

Come si fa a sviluppare una buona tecnica di scrittura?
Per sviluppare una buona tecnica di scrittura bisogna legger tanto, e bene. Soprattutto i classici, in particolar modo il romanzo di fine ottocento, inizio novecento, perché è il romanzo moderno così come lo conosciamo, e si rivolge al grande pubblico. Poi bisogna trovare la propria strada, ed è la cosa più difficile, sviluppando una propria tecnica di scrittura.

C’è un lavoro che hai scritto tempo fa e che non hai mai pubblicato?
Ne ho diversi, specie dei primi anni, ma non sono completi. Possiamo dire che è normale, nel percorso formativo di uno scrittore, “provare” diversi approcci alla scrittura. Ricordo in particolare due racconti: il primo s’ispirava a “Uno, Nessuno, Centomila” di Pirandello, alla struttura narrativa della metaletteratura; il secondo, dato che mi colpì molto “La vita è altrove” di Kundera, fu qualcosa su quella falsariga.

Quali scrittori ti hanno influenzato maggiormente?
Se per “influenzato” intendiamo “inciso sulla tecnica narrativa” al di là dei contenuti e della persona, credo il primo Baricco.

Hai delle abitudini o delle piccole manie quando scrivi?
Scrivere sempre a penna su carta e mai al computer. Questo comporta anche una perdita di tempo non indifferente, ma l’ispirazione è completamente diversa.

Il libro è già tutto ben chiaro prima di cominciare a scrivere o si sviluppa man mano?
Dev’esser chiaro il perché si sta scrivendo una determinata cosa, e come si ha intenzione di svilupparla sommariamente. Poi le svolte e i cambi di direzione sono sempre dietro l’angolo quando si scrive.

Scrittura a parte, qual è la forma d’arte che senti più affine?
La fotografia e la musica. Ma quella che più “elevo” è l’arte pittorica, di cui, però, sono particolarmente ignorante, a parte le cose che sanno più o meno tutti.

Da cosa trai ispirazione per i tuoi romanzi?
Dalla vita. I romanzi, anche quelli che parlano di fantascienza, o forse direi soprattutto quelli che parlano di fantascienza, basti pensare al filone distopico, di cui sono un vero appassionato, parlano della nostra vita. Sempre. Non potrò mai dimenticare la citazione di Ralph Waldo Emerson che fa Henry Miller nell’introduzione a “Tropico del Cancro”: “E poi, a poco a poco, i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, purché chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che davvero è esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità”.

C’è un libro che ti ha cambiato la vita?
Se proprio devo dirne uno, direi “Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.

C’è un autore che ti somiglia?
Come detto, Baricco, temo :-). Poi, devo dire, dai miei lettori ho sentito paragoni di ogni genere: da Ammaniti a Salinger, che di comune hanno ben poco. Sinceramente è difficile stare nella testa del lettore. Già è difficile starci nella mia, di testa.

Quali temi ti stanno a cuore?
La città, l’amore, la religione.

Quanto c’è della tua vita vera nei tuoi romanzi?
Tutto e niente.

A chi consiglieresti di leggere i tuoi romanzi?
Non lo consiglierei. Leggetevi Dostoevskij, piuttosto.

Ritieni che ogni libro pubblicato cambi il mondo in qualche modo?
Il libro è un processo liberatorio ed egoistico, non il bel gesto di un carmelitano scalzo. Non cambia il mondo, non cambia nulla, se non quel passeggero stato di eccitazione e di, talvolta presunta e forzata, simbiosi tra scrittore e lettore. La scrittura è, in un certo senso, edonistica. Anzi, pornografica.

 

135X135-LUIGI-SACCOMANNO.jpg Luigi Saccomanno, nato a Gallipoli nel 1983, si è laureato in Cooperazione Internazionale presso l’Università del Salento, con Licenza ISUFI di II livello in Euromediterranean School of Law and Politics e tre tesi di ricerca in Storia Moderna. Scrittori brutta razza è il suo secondo romanzo. Gli piace viaggiare, ama le lingue straniere, la danza ritmica e adora cucinare. Oggi vive a Bologna.

A breve in questa rubrica l’intervista all’autrice teatrale Ottavia Perrone e allo scrittore Starbuck O’Dwyer

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