Letture recenti

Canne al vento

di Grazia Deledda

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Dopo essermi immersa nel secondo libro di Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, impossibile da mettere giù, ho voluto fare una pausa prima di procurami il terzo libro e ho letto un classico della letteratura, Canne al vento di Grazia Deledda, e devo dire che è un capolavoro! Un romanzo davvero splendido, ricco di poesia e sottile filosofia, il tutto avvolto da una delicatezza molto femminile. La metafora delle canne si riferisce naturalmente alla fragilità umana. Gli uomini, infatti, non sono artefici del loro destino, ma ne sono vittime, la statura morale dell’uomo è determinata dal suo grado di accettazione e rassegnazione agli eventi del fato. Splendide le descrizioni della natura, che pare quasi animata, come se fosse uno dei personaggi stessi del libro, e i riferimenti alle usanze millenarie e alla magia popolare, un connubio di credenze pagane e fede cristiana, perché qui la natura, la provvidenza, Dio e destino, sono un tutt’uno. È un mondo immobile, immutato nel tempo, e se qualche evento osa sconvolgere l’inerzia del presente (qui l’arrivo del nipote e l’amore per Grixenda) e travolge le millenarie regole del vivere sociale, le insormontabili differenze di ceto, è una colpa che può essere espiata solo con l’allontanamento e il sacrificio, l’unico modo per tornare a ristabilire l’ordine ed evitare il castigo scatenato dall’alto.

Tutto ciò visto attraverso il mondo interiore, le riflessioni e le fantasie di Efix, il protagonista, un uomo semplice, legato alla natura e affezionato alle padrone che, come lui, accettano stoicamente e con piena consapevolezza la loro esistenza statica nonostante l’incombente rovina.

The Legend of Sleepy Hollow

and Other Stories

di Washington Irving

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Vera espressione della letteratura americana, Washington Irving può essere considerato il primo autore popolare statunitense e anche l’iniziatore del racconto fantastico, poi sviluppato da altri grandi autori come Edgar Allan Poe. Le sue storie, tra cui molte note ancora oggi al grande pubblico, come The Legend of Sleepy Hollow (La leggenda della valle addormentata) e Rip Van Winkle, sono veri piccoli capolavori. Rivelano infatti l’eccezionale maestria, condita dall’affettuoso sorriso dell’autore, nel ritrarre la cultura delle prime generazioni di coloni americani. Ricchi di satira, pathos e osservazioni pittoresche, intrecciati a un sottile e benevolo humour, questi racconti toccano un’ampia gamma di generi, tra cui satira, parabola, suspense e sovrannaturale ed evidenziano la versatilità dell’autore, palesemente affascinato dalla storia americana ed europea, e la sua abilità nel dipingere caratteri e personaggi, umori e trame con un pennello coinvolgente, piacevole e molto creativo. Irving possedeva evidentemente una fervida fantasia e il suo stile si presenta molto elegante e maturo.

La leggenda di Sleepy Hollow la conosciamo in seguito alla trasposizione cinematografica di Tim Burton, che ha preso spunto da alcuni elementi del racconto, ma che è però molto diversa. Irving soggiornò veramente a Sleepy Hollow e rimase sicuramente affascinato dalla storia e dalle leggende locali. L’ambientazione è identica, siamo nel 1787, nella colonia olandese di Tarrytown, presso una valle isolata chiamata Sleepy Hollow e il racconto si concentra sulla storia di Ichabod Crane, uno strambo maestro di scuola, deriso da Abraham Van Brunt, il bullo del paese che, come lui, mira alla mano della bella Kathrina Van Tassel. In paese si narra la leggenda del cavaliere senza testa, il fantasma di un soldato dell’Assia che perse la testa durante la Guerra d’indipendenza statunitense per via di un colpo di cannone e che durante la notte cavalcherebbe nei pressi del cimitero alla ricerca di una nuova testa.

Ichabod Crane, di ritorno in piena notte da una festa a casa di Kathrina, si ritrova inseguito forsennatamente dal cavaliere decapitato e perde la sella prestatagli dal fattore presso cui alloggia. Non potendo attraversare il ponte, il fantasma pare tirargli addosso la sua testa facendolo cadere da cavallo. Al mattino, però, verranno ritrovati solo il cappello di Crane e una zucca. Crane è misteriosamente sparito. Anni dopo un suo conoscente riferirà di averlo incontrato a New York. Il finale della storia rimane avvolto nel mistero, ma qualche indicazione lascia trasparire che potrebbe essersi trattato di uno scherzo del bullo Abraham Van Brunt e forse di un allontanamento causato dalla paura di non potere restituire la “sella della domenica” al suo legittimo proprietario.

Sempre Tim Burton pare abbia tratto ispirazione anche dal racconto The Spectre Bridegroom, solo che qui è lo sposo ad essere un cadavere. 🙂

Fahrenheit 451

di Ray Bradbury

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Pur essendo stato scritto nel 1953, questo romanzo è incredibilmente moderno. Leggendolo non si può fare a meno di chiedersi come abbia fatto l’autore a prevedere esattamente gli sviluppi tecnologici (e soprattutto le conseguenze sociali) della nostra epoca. Informazioni telegrafiche e superficiali, soap opera imperanti, giovani perennemente chini sullo schermo di un cellulare, in qualsiasi momento della giornata, che non leggono più, che non riescono più a mantenere alto il livello di attenzione per più di pochi minuti, persone che consumano solo intrattenimento spicciolo, che preferiscono affidare ad altri la loro coscienza…

Fahrenheit 451 è un vero capolavoro di letteratura antiutopica. Ma cos’è esattamente l’utopia? Si tratta di un genere letterario che si occupa di temi sociali o politici e nasce per descrivere la società ideale. Le opere utopiche sono accomunate dalla cieca fiducia nel progresso tecnico e nella razionalità dell’uomo. I sistemi statali sono livellati e centralistici e il benessere comune ha la massima priorità. Naturalmente tutti pretendono di avere realizzato, con le loro regole e strutture, l’assoluta felicità di tutti gli uomini. Nell’epoca moderna, tra Ottocento e Novecento, la letteratura passa però da utopica ad anti-utopica (detta anche distopica), spostandosi sul conflitto tra sistemi totalitari e libertà individuale. Si verifica infatti un radicale cambio di valore: gli effetti delle conquiste tecniche e delle scienze naturali, rappresentati entusiasticamente nelle utopie positive, assumono un volto minaccioso. Lo Stato centralistico e assistenziale diventa la spaventosa immagine di una società disumanizzata. Il tanto osannato progresso si dimostra un boomerang e diventa regresso, nemico dell’umanità. A livello di narrazione troviamo spesso un conflitto tra i sostenitori dello Stato e le forze dell’opposizione non allineate con il sistema. Lo sviluppo di queste idee disincantate è la conseguenza delle esperienze storiche dell’epoca, ovvero guerra, mezzi di annientamento di massa, totalitarismo politico, esaltazione di un materialismo senza limiti… ma non è del tutto privo di speranza. L’obiettivo delle opere è infatti quello di sensibilizzare il pubblico in merito ai pericoli dei sistemi statalistici e scuotere le coscienze evidenziando il valore fondamentale della libertà individuale, della responsabilità del singolo e della dignità umana.

In Fahrenheit 451 la descrizione delle strutture politiche della società del futuro rimane piuttosto sul vago e non ci fornisce dettagli relativi all’apparato governativo, ai partiti e al sistema economico, tuttavia l’autore ci fa sapere che istruzione ed educazione sono stati statalizzati e che i mezzi di comunicazione di massa sono degenerati diventando una sottocultura. Altri elementi del nuovo mondo, facilmente identificabili come fenomeni del presente proiettati nel futuro, sono i giganteschi cartelloni pubblicitari, il segugio meccanico come strumento per scovare e uccidere le persone sospette, le possibilità di scaricare le aggressioni in parchi divertimenti o particolari strutture come siti di autodemolizione e rottura di finestre e soprattutto l’invasione dello spazio individuale ad opera di enormi schermi televisivi, auricolari radio e altre invenzioni tese a fornire intrattenimento 24 ore su 24. L’autore si sofferma in particolare sulle conseguenze sociali del progresso tecnologico, da cui scaturiscono la standardizzazione, l’iper-regolamentazione dell’individuo, il suo isolamento e quindi la solitudine e l’assenza di comunicazione. Il progresso è visto quindi negativamente nel momento in cui si abusi delle sue conquiste, non utilizzandole invece a favore dell’umanità. Il lettore scopre a poco a poco il mondo del romanzo tramite la radicale presa di coscienza del protagonista, Guy Montag, il quale si trasforma da cittadino allineato al sistema, anzi uno dei suoi difensori e sostenitori, in oppositore dello stesso, smascherando l’ipocrisia dell’ideologia della felicità propagata dall’apparato statale. Il romanzo è diviso in tre capitoli che descrivono e strutturano l’azione. Il primo, “It was a pleasure to burn”, simboleggia l’iniziale fascino del lavoro del pompiere addetto a bruciare i libri e il senso del potere che ne scaturisce. A un certo punto si crea però un conflitto tra il lavoro volto a stabilizzare il sistema e il crescente interesse di Montag per le idee che lo Stato bolla come pericolose diversioni dal pensiero ufficiale. La figura scatenante è Clarisse, che gli domanda se sia felice. In quel momento Montag si rende conto di non esserlo affatto. Le scene principali di questo capitolo sono il martirio della vecchia signora che vuole morire insieme ai suoi libri e il monologo del superiore Beatty, che gli racconta come si sia arrivati a questo punto. La moglie Mildred rappresenta il tipico cittadino medio di una società caratterizzata dalla desolazione intellettuale, è interessata esclusivamente a seguire le vicende della realtà parallela della famiglia televisiva, è incapace di comunicare realmente e presenta tendenze suicide (molto frequenti in questa società). Risolve la propria crisi d’identità tramite abuso di farmaci che le fanno perdere il senso della realtà. Il conflitto con la moglie accelera il distaccamento del protagonista dalle norme e dalla quotidianità. Anche il suicidio della vecchia signora non è inutile. Serve all’autore per criticare spietatamente chi elimina coloro che la pensano diversamente e affermare l’eroismo di chi invece, nonostante il pericolo, si impegna attivamente per il diritto alla libertà di pensiero. Alla fine del primo capitolo il protagonista si decide a entrare in conflitto con il sistema. Il secondo capitolo, il cui titolo è “The sieve and the sand”, si riferisce alla difficoltà e alla dolorosità del processo di sviluppo del protagonista. Le scene principali descrivono una crisi d’identità che si inasprisce sempre più. Troviamo l’incontro con il disilluso e rassegnato intellettuale Faber, il fallito tentativo di comunicazione con le amiche di Mildred e il duello letterario con Beatty, cinico e retoricamente brillante. In questo capitolo il processo di trasformazione si evolve ancora, e dal celato rigetto del sistema diventa un atto di aperta ribellione, che si manifesta nella lettura della poesia davanti alle amiche della moglie. La ribellione interiore diventa quindi atto di rivolta contro lo Stato e, di conseguenza, fa entrare in gioco l’antagonista Beatty, suo strenuo difensore. Al torrente di parole di Beatty Montag non può e non sa rispondere nulla, ma la sua decisione di ribellarsi è ormai irreversibile. Nel terzo capitolo, dal titolo “Burning bright”, le forze distruttrici scatenate dallo Stato annientano lo Stato stesso tramite una guerra devastante, ma in tutta questa desolazione si accende una luce di speranza per un nuovo inizio a cui Montag potrà contribuire spendendosi a favore dell’umanità e della libertà individuale. Le scene principali che descrivono il distacco definitivo di Montag dal suo passato sono l’uccisione di Beatty, ironicamente ad opera proprio del fuoco, la fuga dalla città, l’incontro con gli intellettuali fuggiaschi e la distruzione della città in seguito all’attacco atomico. Il polo opposto rispetto alla città è la natura, il rifugio dei dissidenti. Montag diventa portatore di speranza, come gli intellettuali e gli scrittori che vivono nei boschi e si dedicano a curare e tramandare oralmente la letteratura animati dalla vaga speranza che in un nuovo sistema sociale essa torni ad avere la sua meritata importanza culturale. Un momento fondamentale è quando Montag scopre che il fuoco può anche riscaldare e non solo distruggere. Il fuoco, il simbolo centrale di tutto il romanzo, rappresenta il progresso tecnico-scientifico, che l’autore non rigetta del tutto, ma la cui utilità, come dimostra appunto l’ambivalenza del fuoco, dipende dall’uso che se ne fa. Le scene finali esprimono la speranza per il futuro e si affidano all’idea che l’umanità abbia la forza di rigenerarsi, ricostruendo un futuro dalle macerie della distruzione, come la fenice, che rinasce dalle fiamme.

Oltre l’inverno

di Isabel Allende, 2017

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È arrivato il nuovo libro di Isabel Allende! Tutto si può dire della scrittrice cilena tranne che non sia una splendida narratrice. Anche in questo libro le storie di persone comuni e delle loro vite singolari, sfortunate, avventurose, impegnate, determinate, misere, amorevoli, spietate, si intrecciano in una storia molto inconsueta, imprevedibile, sempre un po’ ironica, ma anche profonda, poetica e molto umana, scritta come sempre con grande maestria. Il genere sfiora questa volta il thriller, ma solo apparentemente, in quanto i temi più sentiti sono l’emigrazione, la povertà, le cicatrici lasciate da tragiche storie personali, le ingiustizie sociali, la politica. Nonostante i torti subiti, la malattia, la sfortuna, le disgrazie e gli errori, però, c’è una speranza che sublima tutto, ed è in fondo l’essenza della vita. Per me che ho letto praticamente tutto dell’autrice non è forse uno dei suoi libri più memorabili, ma una lettura assolutamente gradevole, che piacerà sicuramente a chi adora farsi raccontare le storie!

Il ventaglio di Lady Windermere

di Oscar Wilde, 1892

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Quest’opera teatrale, che ha per sottotitolo “A Play about a Good Woman” (Commedia su una donna perbene) è basata sul tema del doppio. Abbiamo infatti l’integerrima ma inesperta Lady Windermere contrapposta alla navigata Mrs. Erlynne, che la giovane disprezza e cerca di evitare per via del suo passato ambiguo e scandaloso. Nel corso della commedia, costellata da geniali aforismi e battute di spirito in puro stile Wilde, la prima dovrà però ravvedersi e riconsiderare le sue opinioni, sia su se stessa che su Mrs. Erlynne. Le due donne seguiranno quindi un percorso speculare. Mentre la giovane, quando il suo rigorismo si scontrerà contro la realtà, dovrà riconoscere che non tutto è come sembra e che è facile essere moralisti quando non ci sono difficoltà da affrontare, la seconda si scoprirà più leale e pronta al sacrificio di quanto pensasse. Rinunciando infatti alla propria felicità per salvare quella di Lady Windermere, che è segretamente sua figlia, riparerà al torto fattole tanti anni prima, quando abbandonò la famiglia per seguire l’amante. Nell’opera si intrecciano passato e presente, sincerità e menzogna e un’avventuriera quale Mrs. Erlynne, che ha vissuto una vita dissoluta in bilico tra piacere e amarezza, insegnerà a una giovane di perfetta virtù che “il mondo è lo stesso per tutti noi, e il bene e il male, il peccato e l’innocenza, lo attraversano per mano” (There is the same world for all of us, and good and evil, sin and innocence, go through it hand in hand).

Lo schema del copione è molto classico, gli artifici teatrali non particolarmente innovativi (la lettera indirizzata a Lord Windermere aperta però da Mrs. Erlynne, equivoci inquietanti, il ventaglio dimenticato, colpi di scena sventati dall’intervento di un personaggio che salva l’azione, Lady Windermere che si nasconde dietro la tenda e riesce a scivolare via non vista), ma Wilde li utilizza in modo quasi canzonatorio, certamente brillante, incentrando le scene sulle ipocrisie e la paradossale etichetta dell’alta società inglese, il tutto inserito nella cornice di un fraintendimento coniugale sullo sfondo di una Londra mondana che vive di pettegolezzi, scandali e noia.

Chi è quindi la donna perbene? Benché paresse chiaro all’inizio che il sottotitolo si riferiva a Lady Windermere, donna integra e onesta, la stessa deve ammettere nell’ultima battuta dell’opera (in risposta a suo marito che parla di Mrs. Erlynne dicendo “You are certainly marrying a very clever woman”, ovvero una donna molto intelligente, astuta): “You’re marrying a very good woman”, una donna buona, perbene. Ecco che i ruoli si sono scambiati.

Per finire ecco alcune famose battute tratte dalla pièce, alcune delle quali sono diventate famosi aforismi:

Posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni. (I can resist everything except temptation)

Le donne perfide innervosiscono. Le donne oneste annoiano. È la sola differenza tra loro. (Wicked women bother one. Good women bore one. That is the only difference between them)

Mi pento delle mie cattive azioni. Tu ti penti delle tue buone azioni, questa è la differenza tra noi. (I regret my bad actions. You regret your good ones – that is the difference between us).

Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle. (We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars)

Gli ideali sono cose pericolose. Sono meglio le cose reali. Feriscono, ma sono meglio. (Ideals are dangerous things. Realities are better. They wound, but they’re better)

La casa di Bernarda Alba

di Federico García Lorca, 1936

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Come indica il sottotitolo de La casa di Bernarda Alba, “Drama da mujeres en los pueblos de España”, si tratta di un’opera teatrale dal finale drammatico. Anche i personaggi, e in particolare Bernarda e Adela, hanno carattere tragico, essendo vittima delle loro passioni ed incapaci di canalizzarle per gestire la propria vita in modo equilibrato. Nonostante l’isolamento forzato, Adela segue le proprie pulsioni sessuali, rivolgendo le sue attenzioni a Pepe il Romano, promesso della sorella molto più anziana, il quale però intende sposare quest’ultima solo per la ricca dote. Adela oserà quindi infrangere il codice d’onore impostole dalla madre Bernarda, ossessionata dall’idea di dover mantenere l’onore della propria casa esigendo con impietosa tenacia l’obbedienza cieca della famiglia, pur sapendo bene che la facciata pulita che vuole presentare al mondo è pura esteriorità. L’elemento con cui misurarsi è infatti l’opinione della comunità del villaggio, la casa è una prigione controllata a vista dagli sguardi furtivi dei vicini. Bernarda stessa, però, è celatamente vittima di questa morale sociale che le impone i suoi dettami e distrugge gli impulsi vitali delle figlie. La falsa morale si incastra nel contesto della sua coscienza di classe; per le figlie non ci sono pretendenti adeguati che soddisfino le sue ambizioni. Bernarda incarna il rigido, e maschilista, sistema di norme sociali e morali del tempo. Le sue tiranniche convinzioni derivano dalla tradizione della famiglia patriarcale che riflette un’idea di onore ormai superata. Nell’opera Bernarda esprime varie volte l’enorme portata della sua autorità: “Aquí se hace lo que yo mando!” oppure “En esta casa no hay ni un sí, ni un no, mi vigilancia lo puede todo”. Quest’ultima frase caratterizza il suo regime domestico, ma ricorda allo stesso tempo il dittatoriale sistema statale che in Spagna proprio in quegli anni cominciava a delinearsi.

L’opera presenta una struttura tradizionale, molto stringente, dall’impianto realistico, e non prevede quasi mai pause o interruzioni. Inizia con i funerali del marito di Bernarda, quindi seguono tutti i rituali legati al lutto (che Bernarda vuole imporre a sé e alle figlie per otto anni), e parallelamente le fredde preparazioni per il matrimonio di Angustias e Pepe. Queste circostanze danno l’avvio ai conflitti, che iniziano con Martirio che nasconde il ritratto di Pepe e si susseguono implacabili fino alla tragica fine di Adela. Un personaggio molto interessante è la madre di Bernarda che, anch’essa prigioniera in casa come le nipoti e ormai inferma di mente, esprime tutto ciò che le giovani donne sognano, ciò che nel loro intimo arde, ma viene soppresso. Con la scena della vecchia madre l’autore presenta al pubblico tre possibilità per sciogliere il conflitto tra la voglia di libertà personale e l’ordine repressivo e autoritario: la prima è l’accettazione dell’ordine, che comporta la sottomissione al potere, e le sorelle di Adela ne sono il simbolo poiché obbediscono alla madre despotica. La seconda è quella della madre di Bernarda, che è evidentemente impazzita a causa del regime oppressivo, ma che grazie alla demenza può fuggire in un mondo di fantasia in cui tutte le libertà sono permesse. La terza via è quella più difficile e gravida di conseguenze, ma anche la più onesta: è la disubbidienza, la ribellione contro l’autorità che vieta il fiorire della vita. Questa via è quella che porta immancabilmente a un esito tragico.

Oltre a tematizzare il conflitto fra individuo e società e il senso di frustrazione che ne consegue, l’autore sembra voler prendere posizione a favore delle donne in una società caratterizzata da rigide norme sociali e religiose in cui l’onore, la misura di tutte le cose, annienta tutti gli impulsi di vita e spontaneità. In una società di classi dominata dal maschio e basata sull’idea che gli uomini sono superiori alle donne, Bernarda rappresenta l’autorità patriarcale, mentre le donne simboleggiano tutti coloro che si trovano al di fuori dei limiti della falsa morale e diventano vittima dell’intolleranza poiché devono sottomettere la loro natura a modelli di vita preordinati. Chi non si sottomette e persegue a tutti i costi la realizzazione di sé, viene soppresso. 

Un’opera interessante dal punto di vista sociale, ma anche politico, con personaggi convincenti e molto vividi. Sicuramente una delle migliori opere di García Lorca.

La collina dei conigli

di Richard Adams

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La collina dei conigli è un romanzo di letteratura per ragazzi che è però diventato anche un classico della letteratura inglese contemporanea. Ricordo di aver visto l’omonimo film nel 1979, e ricordo ancora di quanto mi avessero impressionato le sanguinose visioni di Quintilio e le scene di violenta lotta tra i conigli… Leggendo il romanzo da adulta non ho ritrovato la stessa cupa atmosfera, anzi, la narrazione ha toni gentili, che si adattano alla poesia del passare delle stagioni, accesi da coraggio e speranza, dalla ricerca della felicità e della libertà. I temi trattati sono il contrasto tra la tirannia e il diritto di vivere in pace, il rispetto per la natura, il sacrificio per la comunità, l’amicizia e tanti altri temi non necessariamente solo infantili.

La trama segue la fuga di un branco di conigli che cercano rifugio in seguito a una sventura che si sta per abbattere sulla loro colonia. Per trovare un altro posto in cui vivere dovranno affrontare innumerevoli pericoli, adattarsi a luoghi e abitudini diverse dalle loro e sfruttare tutta la loro inventiva e astuzia per scampare a situazioni quasi impossibili, proprio come l’eroe dei loro miti, El-ahrairà, il Principe dei mille nemici. L’autore trasforma questo romanzo coinvolgente ed emozionante in una vicenda epica popolata da tutto un mondo di eroi coraggiosi, tradizioni, dèi dell’Oltretomba e una propria lingua, il “lapino”, sullo sfondo di una vita di comunità, di conigliere organizzate in vere e proprie società distopiche, liberazioni dalla schiavitù, inclusione dei reietti, spirito di sacrificio, giustizia… Eppure, nonostante tutti questi temi molto “umani” i conigli e gli altri animali non perdono la loro indole, poiché l’autore li descrive con naturalezza e autenticità.

Ho letto questo romanzo tutto d’un fiato, non riuscendomi a staccarmi dalle avventure dei personaggi, che il lettore non può che seguire con affetto e partecipazione. Ci sono infatti momenti di tale tensione che ci si scopre a dare uno sguardo alla pagina seguente prima di finire quella attuale per assicurarsi che tutto vada a finire bene. È davvero un piccolo capolavoro letterario che mi ha davvero emozionato e che gli amanti della natura e delle storie fantastiche non potranno fare a meno di apprezzare.

Il suono della montagna

di Yasunari Kawabata

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“Il suono della montagna” di Yasunari Kawabata è uno splendido romanzo che palesa le tensioni della società industriale giapponese del dopoguerra, stretta tra modernità e tradizioni, lasciando intravedere l’affascinante mondo delle geisha, delle cerimonie del tè, degli ikebana e della cura dei bonsai. Shingo, il protagonista del libro, si reca ogni mattina in ufficio, ma la sua vita professionale è descritta in modo molto marginale, perché Shingo vive sospeso in un mondo di bellezza, desiderio e fugacità. Anche gli altri personaggi del romanzo non agiscono quasi mai, sembrano piuttosto galleggiare nel tempo contemplando le piccole cose di tutti i giorni. Shingo ha da poco superato i 60 anni e ha sempre più problemi con la memoria: dimentica le cose e confonde i ricordi con la realtà, fa sogni strani che cerca di interpretare. La sua esistenza inquieta è divisa tra ricordi e i sensi di colpa che prova per il fallimento della vita matrimoniale dei figli: il figlio Shuichi ha un’amante, mentre la figlia Fusako si separa dal marito tossicodipendente tornando nella casa dei genitori insieme alle due figlie piccole e rinfaccia al padre la scelta del genero sbagliato. La presenza della figlia provoca ulteriori tensioni perché tra i vecchi genitori non ci sono mai stati forti legami sentimentali (prima di sposare Yasuko, Shingo era innamorato della sorella maggiore di quest’ultima, che però morì giovane) e nemmeno tra Shingo e i figli. L’unica relazione di affinità e tenerezza Shingo la prova per la nuora Kikuko, che secondo tradizione vive in casa dei suoceri e gli ricorda la sorella di sua moglie. L’affetto lo porta e preferirla addirittura ai propri figli. Dal momento che Shuichi non presta quasi nessuna attenzione a Kikuko, Shingo cerca di compensarlo con una particolare gentilezza nei confronti della nuora, il che infastidisce sua figlia Fusako. Shingo spera che Shuichi si separi presto dall’amante, ma il suo atteggiamento è piuttosto flemmatico e nei discorsi con il figlio non lo esorta quasi mai apertamente a essere fedele alla moglie.

L’infelice relazione matrimoniale tra Shuichi e Kikuko è il filo conduttore di tutto il romanzo, che in realtà consiste più che altro di singoli episodi in cui si verificano eventi quotidiani, a volte più emozionanti, ma mai drammatici. Per un lettore europeo il romanzo sembra addirittura carente di azione, perché non si concentra sugli eventi, ma sulle descrizioni puramente estetiche della natura o sui ritratti di persone, sia i personaggi del romanzo che vecchie conoscenze di Shingo.

Tipica per Kawabata è non solo la forte attenzione all’estetica esteriore, ma anche la solitudine dei personaggi del romanzo. Pur andando d’accordo con la moglie, Shingo pensa ancora alla sorella di lei, molto più bella e aggraziata; segretamente non ama nemmeno sua figlia e immagina come sarebbe se fosse stata invece figlia della sorella morta. Si ritira nel suo mondo, dominato da un malinconico desiderio per il suo amore di gioventù e i suoi sogni appassionati.

Il libro può dare un’impressione un po’ troppo statica e stagnante, soprattutto se non si conoscono le peculiarità della letteratura giapponese. Shuichi, infatti, esita troppo, osserva molto e non si dimostra un uomo forte e deciso. Lo stile del libro è tipicamente giapponese: poetico nel linguaggio, ricco di contemplazioni della natura (fiori di ciliegio, uccelli, piante ecc.), i personaggi sono tutti molto controllati e indossano una maschera perfetta (non casualmente si fa riferimento alle maschere del teatro del Nō), e sono attenti a come si esprimono, fino a preferire il silenzio per non mettere in imbarazzo l’interlocutore.

Il lettore trova un’ampia gamma di argomenti diversi, che si intrecciano nella storia familiare di Shingo. Da un lato abbiamo le strutture familiari tradizionali e, dall’altro, donne moderne che possono/devono condurre la propria vita indipendentemente dagli uomini (molti dei quali caduti in guerra). Si ritrova il valore della bellezza e della grazia della cultura giapponese. Esperienze metafisiche, cattivi presagi e interpretazioni dei sogni si abbinano al tipico motivo letterario giapponese delle stagioni, che si esprime attraverso la contemplazione della natura. I riferimenti a vari temi culturali come appunto il teatro del Nō, la pittura e la letteratura ci permettono di immergerci nel mondo giapponese. E poi ci sono le peculiarità del doppio suicidio, la buonuscita per gli amanti abbandonati e la quasi normalità delle interruzioni di gravidanza. Ma oltre ai temi giapponesi ritroviamo quelli dell’invecchiamento, del decadimento fisico e mentale e, molto forte, quello della morte. Tutto questo, insieme a molti altri aspetti, sono gli elementi che compongono questo romanzo a cui il lettore deve abbandonarsi per lasciarsi trasportare dal suo fascino.

 

Til Sibir

di Per Petterson

index.jpg     Oggi vi presento il romanzo Til Sibir di Per Petterson, scrittore norvegese noto in Italia per il libro Fuori a rubar cavalli.

Ho letto Til Sibir nella versione tedesca Sehnsucht nach Sibirien (Nostalgia della Sibiria) e riporto qui una breve recensione, sperando che venga tradotto presto anche in italiano:

Il romanzo è narrato dalla prospettiva di una donna sui sessant’anni che ricorda l’infanzia passata negli anni ’40 in un villaggio della Danimarca con il fratello maggiore Jesper, in una famiglia conflittuale in cui il padre è un falegname fallito e la madre estremamente religiosa.

I due fratelli crescono in questo piccolo mondo fatto di bottiglie di latte consegnate in bicicletta, soldatini di piombo, cesti di uova, berretti caldi contro la neve, le mucche nella stalla, letture e fantasticherie, come quella di vedere un giorno la Siberia per lei e il Marocco per lui. Ma nella vita degli adulti non c’è felicità… il nonno si impicca lasciando un foglietto con scritto “Non ce la faccio più” e sembra una cosa del tutto naturale, nessuno si domanda il perché, come se fosse scontato.

E poi arrivano i tedeschi. No, non c’è la guerra, solo qualche piccola scaramuccia al confine, e la vita della gente continua apparentemente serena come prima. Ma non per Jesper, che nutre una forte consapevolezza politica ed entra quindi a far parte del gruppo della resistenza.

Il periodo che precede l’arrivo dei tedeschi è ancora molto ottocentesco, tutto sembra un po’ troppo pulito, troppo idilliaco. I tedeschi portano l’ansia, la paura e il terrore. All’esterno cambia poco, ma i personaggi sono improvvisamente messi alla prova. Ogni parola conta, ogni gesto può rivelare qualcosa.

Il segno evidente del cambiamento è la separazione dei fratelli. Jesper è ricercato dalla Gestapo e deve fuggire via mare, la narratrice rimane sola, ma d’ora in poi le resterà qualcosa dell’opposizione e dell’inquietudine del fratello nel cuore.

La terza parte del romanzo si svolge nel dopoguerra, i fratelli sono separati, non sanno nemmeno dove si trovi l’altro. Non ci viene detto cosa sia successo alla sorella durante gli ultimi anni di guerra, sappiamo solo che non le è stato permesso di continuare gli studi nonostante i voti eccellenti e che dopo la guerra se ne è andata subito, prima a Copenaghen, poi a Stoccolma e a Oslo.

Vivrà una vita come tante altre, lavorando come cameriera in un caffè, eppure tutto sarà diverso, perché porterà dentro di sé la vita trascorsa con il fratello come un dolore, il ricordo di qualcosa che non le sarà mai restituito. Per il suo viaggio in Siberia il denaro non basterà mai.

Nella parte finale del romanzo la malinconia si insinua nella frattura tra ieri e oggi, e il lettore si trova a non desiderare altro che un lieto fine. Infine la sorella riceve una lettera da Jesper, che è in Marocco come aveva sempre desiderato e la invita a tornare a casa dei genitori e incontrarlo lì, ma il destino deciderà da sé…

Petterson riesce alla perfezione in due difficili compiti: raccontare dal punto di vista di una ragazzina e descrivere un periodo storico che lui, nato a Oslo nel 1952, non conosce personalmente. La ragazza adora il fratello Jesper, che è per lei una sorta di idolo, un ragazzo di poche parole, ma sempre schierato dalla parte della giustizia. Guardando il fratello, la giovane matura senza saperlo; interiormente si allontana dal piccolo mondo dei genitori e diventa indipendente.

“Il libro progredisce lentamente avvolgendo tutto in un incantesimo di bellezza e devastazione che si sposa con il clima cupo ma abbagliante, un romanzo lirico dall’ampio respiro storico e dall’incantevole immediatezza”. – Publishers Weekly

In conclusione ho adorato questo libro, lo stile, i dettagli, la fantastica ambientazione… Un libro per sognare, poetico ma anche politico, evocativo e delicato, eppure un libro che lascia il segno.

 

La storia seguente

di Cees Nooteboom

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Ho letto questo romanzo dello scrittore olandese Cees Nooteboom nella riuscitissima traduzione tedesca di Helga van Beuningen, edizioni Suhrkamp.

Ecco la trama: Hermann Mussert si sveglia una mattina a Lisbona, in una stanza d’albergo che ben conosce, pur essendo andato a dormire la sera prima ad Amsterdam, dove vive. Certo non può essere stato l’improvviso desiderio di fare un viaggio, dato che il professore, filologo amante della letteratura classica e per lo più perso dei suoi libri, non è per nulla il tipo da viaggi imprevisti. Si tratta dunque della realtà o di un sogno? O forse di un viaggio in un ricordo, in un tempo passato? È in quel luogo, infatti, che vent’anni prima visse il suo unico amore con una collega, ed è da lì che inizierà il suo ultimo viaggio in nave verso il Brasile, insieme ad altre sei persone, ognuna delle quali racconterà la propria storia. Il professore sarà l’ultimo a raccontarla e sarà proprio La storia seguente, intessendo miti, storie, simboli che affrontano l’enigma del tempo, il senso della vita e la poesia. Uno splendido libro, consigliato.

Tutti i nomi

di José Saramago

Feltrinelli – 224 pagine

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Due sono i luoghi attorno a cui ruota la vicenda del romanzo: l’Anagrafe e il Cimitero Generale di una città senza nome. Nel primo sono ospitati tutti, vivi e morti, i cui nomi sono lì raccolti assieme, rispettivamente negli schedari dei viventi e dei defunti. Trasferire i nomi da un archivio all’altro in caso di trapasso è compito degli impiegati dell’Anagrafe, nei cui uffici tutto viene fatto ancora a mano e il lavoro è organizzato secondo una rigida burocrazia e gerarchia. Al Cimitero, invece, stanno i soli defunti con tutti i loro nomi incisi sulle lapidi. Protagonista della storia è il Signor José, l’unica persona ad avere un nome proprio nel romanzo, uno scapolo cinquantenne che lavora come scritturale ausiliario della Conservatoria Generale dell’Anagrafe. Oscuro impiegato ligio al dovere, ama collezionare articoli o schede anagrafiche di personaggi famosi, ma un giorno si imbatte nella scheda di una donna sconosciuta che cattura la sua l’attenzione e gli muta radicalmente la vita. Il Signor José inizia infatti a indagare sul conto di lei, mosso dall’oscura ossessione di saperne tutto… In questa sobria e lucida descrizione di una parabola esistenziale, Saramago si serve dell’allegoria e dell’assurdo per dare corpo e consistenza a identità sfuggenti, imprigionate nei ruoli e sospese tra passato e presente, tra vita e morte.

José Saramago

José Saramago è nato nel 1922 ad Azinhaga, in Portogallo. Due anni dopo la sua nascita, la famiglia dello scrittore si trasferisce a Lisbona dove il padre lavora come poliziotto. Le difficoltà economiche in cui la famiglia versa, lo costringono ad abbandonare gli studi e a intraprendere diversi lavori. Fa così il fabbro, il disegnatore, il correttore di bozze, il traduttore, il giornalista, e il direttore letterario e di produzione in una casa editrice.
Nel 1947 pubblica il suo primo romanzo, Terra del peccato che riceve una tiepida accoglienza. Sono gli anni bui della dittatura di Salazar: Saramago subisce costantemente la censura del regime sui suoi scritti giornalistici ed è tenuto sotto controllo dalla Pide, la polizia politica salazariana, a cui riesce sempre a sfuggire, anche quando – nel 1959 – si iscrive al Partito comunista portoghese, allora clandestino.
Negli anni sessanta l’attività pubblicistica di Saramago è indirizzata verso la critica letteraria, e nel 1966 dà alle stampe la sua prima raccolta di poesie, I poemi possibili. Seguono, nel 1970 la raccolta Probabilmente allegria e le cronache Di questo e d’altro mondo del 1971, Il bagaglio del viaggiatore del 1973 e Le opinioni che DL ebbe del 1974.
Nel 1974, l’anno della ‟Rivoluzione dei Garofani” – il colpo di Stato militare che sancisce la fine del regime fascista in Portogallo – si apre una nuova fase nell’attività letteraria di Saramago che si concretizza nel romanzo del 1977 Manuale di pittura e calligrafia, mentre l’anno successivo pubblica Una terra chiamata Alentejo. Sempre in questo periodo scrive per il teatro (La notte, 1979 e Cosa ne farò di questo libro?) un attività che continuerà anche negli anni successivi (La seconda vita di Francesco d’Assisi, 1987; In Nomine Dei, 1993 e Don Giovanni, o Il dissoluto assolto del 2005).
Nel 1982 pubblica Memoriale del convento (edito in Italia da Feltrinelli nel 1984), il romanzo che gli dà notorietà a livello internazionale. Seguono L’anno della morte di Ricardo Reis (1984; Feltrinelli, 1985), La zattera di pietra (1986), Storia dell’assedio di Lisbona (1989). Negli anni novanta escono Il vangelo secondo Gesù Cristo (1991), Cecità (1995) e Tutti i nomi (1997). Il primo decennio del 2000 è il più prolifico dell’attività di scrittore di Saramago, che dà alle stampe ben sette romanzi: La caverna (2001), L’uomo duplicato (2002), Saggio sulla lucidità (2004), Le intermittenze della morte (2005), Le piccole memorie (2006), Il viaggio dell’elefante (2008) e Caino (2009).
Nel 1998 gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura, riconoscimento che suscitò molte polemiche nel mondo cattolico per le sue ben note posizioni antireligiose. Polemiche che lo hanno fatto decidere di trasferirsi a Lanzarote, nelle isole Canarie.
È morto nel giugno 2010. Feltrinelli sta pubblicando l’intera sua opera.

Da: La Feltrinelli

Il dio delle piccole cose

di Arundhati Roy

Tea – 357 pagine

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India, fine anni Sessanta: Ammu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due bambini. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l’inaccettabile errore di innamorarsi di un paria, un intoccabile, per lei non vi sarà più comprensione, né perdono. Attraverso gli occhi dei due bambini, Estha e Rahel, il libro ci racconta una grande storia d’amore che entra in conflitto con le convenzioni.

 

 

La storia del signor Sommer

di Patrick Süskind

Longanesi – 136 pagine

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Il signor Sommer cammina. Con passo baldanzoso e deciso percorre le strade, i viali e le piazze della città, in compagnia solo dell’immancabile zaino e del fedele bastone che ritma i suoi passi sicuri. La gente lo osserva, incuriosita e sorpresa, e si chiede il perché di queste infinite passeggiate. Sommer si muove come il personaggio di uno di quei prodigi che abitano nelle favole: se l’Orco è la paura, se la Fata è il miracolo, Sommer è il viaggio, la continua partenza, il continuo ritorno.

Da: La Feltrinelli

 

Il Diavolo e la Signorina Prym

di Paulo Coelho

Bompiani – 182 pagine

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Chi è il misterioso Straniero che un giorno arriva a turbare la tranquillità del piccolo paese di Viscos, duecentoottantuno abitanti in prevalenza anziani? E perché la vecchia Berta lo vede camminare “insieme al Diavolo”? Quale terribile proposta, in grado di spingere gli abitanti di Viscos al delitto, lo Straniero porta con sé? E perché la giovane Chantal, unica depositaria del suo segreto, non riesce più a dormire e ha il terrore di raccontare la verità ai suoi concittadini? Il racconto di una sfida estrema tra il Bene e il Male, e insieme una parabola sulla sconvolgente forza che ciascun essere umano racchiude dentro di sé: la capacità di scegliere, in ogni momento della vita, il percorso da intraprendere.

Da: La Feltrinelli

Dell’amore e di altri demoni

Gabriel García Márquez

Mondadori – 131 pagine

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Da un’antica tomba nel convento delle clarisse emerge una lunghissima chioma rossa. Da questo evento ha origine il romanzo, ambientato in una Cartagena de Indias perduta in un oscuro passato coloniale. Una bellissima bambina, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d’amore sono protagonisti di una passione innaturale e distruttiva. García Márquez dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore e conduce il lettore in un universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti in nome di una passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita.
Da: La Feltrinelli

 

Stiller

di Max Frisch

Mondadori – 435 pagine

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Frontiera svizzera, 1954: un certo Mr. White, cittadino statunitense proveniente dal Messico, viene inspiegabilmente arrestato da un doganiere. Mr. White è infatti identificato come Anatol Ludwig Stiller, scultore svizzero scomparso nel nulla sei anni prima, dopo aver combattuto contro Franco nella Guerra di Spagna ed essere stato implicato, forse, in un losco affare di spionaggio sovietico. Rinchiuso in carcere, White inizia a stendere un diario, sul quale annota il suo lento, faticoso avvicinamento al mondo di Stiller, visto come un estraneo con il quale non si ha nulla a che fare, ma di cui si hanno notizie attraverso pure testimonianze esteriori. Poliziesco, thriller psicologico, satira politica e di costume, romanzo d’amore, Stiller è la storia della sofferenza, dello sconcerto e della vertigine esistenziale di un uomo nella difficile – forse impossibile – ricerca di un’identità.

Da: Mondadori

 

La città verticale

di Osvaldo Piliego
Lupo, 2015 – 256 pagine

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È la storia di un condominio e dei suoi abitanti, il racconto di una città, Lecce, vista dalla periferia. Su tutto regna lo sguardo ipnotico della televisione e di Maria De Filippi. Nascosti da qualche parte “Gli Altri” decidono chi vive e chi muore. Luigi è l’eroe e la vittima, Lucia la vergine tossica, Dario l’alcolista fallito. Sullo sfondo una galleria di personaggi e storie senza speranza e senza futuro. La penna di Osvaldo Piliego traccia un affresco impietoso della società contemporanea, non fa sconti a chi ormai è fatto per vivere come bruti, cioè tutti noi. È inevitabile, leggendo questo libro, visionario e feroce identificarsi almeno in uno di questi personaggi estremamente lirici nel loro dramma fatto di nulla. L’unica possibilità di riscatto è il peccato, la morte nel migliore dei casi. E se esiste l’amore bisogna ammazzarlo, passarci sopra, sopravvivere. Prendete la narrativa americana più pulp e sciacquatela nel canale di Otranto, quello che resta è comunque ancora molto sporco.

Da: Lupo Editore

 

Il mio nome è rosso

di Orhan Pamuk
Einaudi, 2001 – 450 pagine
Traduzione di Marta Bertolini

Traduzione di Semsa Gezgin
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Istanbul, 1591. Tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Seküre, non ci sarà l’amore che ha sognato per dodici anni. Un romanzo corale, ricco di passione e di suspense, che conferma l’eccezionale talento narrativo e la grande sensibilità poetica di Orhan Pamuk.

Da: Einaudi

 

Elena Ferrante

L’amica geniale

e/o Edizioni ottobre 2011, pp. 400
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L’amica geniale – Volume primo

Care lettrici, cari lettori, provate a leggere questo libro e vorrete che non finisca mai.
Elena Ferrante, con il suo nuovo romanzo, torna a sorprenderci, a spiazzarci, regalandoci una narrazione-fiume cui ci si affida come quando si fa un viaggio con un tale piacevole agio, con un tale intenso coinvolgimento, che la meta più è lontana e meglio è. L’autrice abbandona la piccola, densa storia privata e si dedica a un vasto progetto di scrittura che racconta un’amicizia femminile, quella tra Lila Cerullo ed Elena Greco, dall’infanzia a Napoli negli anni Cinquanta del secolo scorso fino a oggi.

L’amica geniale comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità.
L’autrice scava intanto nella natura complessa dell’amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l’Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l’andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con la profondità e la potenza di voce a cui l’autrice ci ha abituati…
Non vogliamo dirvi altro per non guastare il piacere della lettura.

Dicevamo che L’amica geniale appartiene a quel genere di libro che si vorrebbe non finisse mai. E infatti non finisce. O, per dire meglio, porta compiutamente a termine in questo primo romanzo la narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Lila e di Elena, ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto. La storia si dipana nei volumi successivi, per raccontarci la giovinezza, la maturità, la vecchiaia incipiente delle due amiche.

Godiamoci dunque anche questo altro tratto, che è costitutivo del vero lettore: il piacere assaporato e poi dilazionato, l’attesa del seguito, la speranza, tra le tante amarezze di oggi, di un po’ di dolce nel prossimo futuro.

 

L’autrice

Elena Ferrante
Elena Ferrante è autrice dell’Amore molesto, da cui Mario Martone ha tratto il film omonimo. Dal romanzo successivo, I giorni dell’abbandono, è stata realizzata la pellicola di Roberto Faenza. Nel volume La frantumaglia racconta la sua esperienza di scrittrice. Nel 2006 le Edizioni E/O hanno pubblicato il romanzo La figlia oscura, nel 2007 il racconto per bambini La spiaggia di notte e nel 2011 il primo capitolo dell’Amica geniale, seguito nel 2012 dal secondo, Storia del nuovo cognome, nel 2013 dal terzo, Storia di chi fugge e di chi resta, e nel 2014 dal quarto e ultimo, Storia della bambina perduta.

 

Da: e/o Edizioni

 

Seta

di Alessandro Baricco

Feltrinelli, 2013 – 108 pagine

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La Francia, i viaggi per mare, il profumo dei gelsi a Lavilledieu, i treni a vapore, la voce di Hélène. Hervé Joncour continuò a raccontare la sua vita, come mai, nella sua vita, aveva fatto. “Questo non è un romanzo. E neppure un racconto. Questa è una storia. Inizia con un uomo che attraversa il mondo, e finisce con un lago che se ne sta lì, in una giornata di vento. L’uomo si chiama Hervé Joncour. Il lago non si sa.”

Alessandro Baricco nasce a Torino il 25 gennaio 1958. Si laurea in Filosofia con una tesi in Estetica e studia contemporaneamente al Conservatorio dove si diploma in pianoforte. L’amore per la musica e per la letteratura ispireranno sin dagli inizi la sua attività di saggista e narratore.

Da: La Feltrinelli

 

Cronaca di una morte annunciata

di Gabriel García Márquez

Mondadori, 144 pagine

Cronaca di una morte annunciata

 

Gabriel García Márquez

Aracataca, Colombia, 1927 – Città del Messico 2014. Premio Nobel nel 1982, ha avuto con Cent’anni di solitudine (1967) la consacrazione del grande pubblico internazionale. Fra le sue opere: L’autunno del patriarca (1975), Cronaca di una morte annunciata (1981), L’amore ai tempi del colera (1985), Il generale nel suo labirinto (1989), Dell’amore e di altri demoni (1994), Memoria delle mie puttane tristi (2004).

Da: Mondadori

Scrittori brutta razza

di Luigi Saccomanno

Lupo Editore – 170 pagine

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Antonio Penna (un destino anagrafico, il suo) viene dalla scrittura, nella quale si è rifugiato nella sua ben poco felice infanzia, e da omicida alla scrittura torna nella reclusione “per tenersi sotto controllo”; nel mezzo, ha amato e si è lasciato amare da Zenit, la ragazza che parla con la luna, suona il violino, ama le ballate irlandesi e la cioccolata al latte. Lei lo ha conquistato all’istante con la sua spregiudicata e limpida autenticità, permettendogli di essere se stesso e di credere nella propria creatività.
Ma, cedendo alla lusinga del successo, Antonio si allontana da Zenit per ritrovarla solo quando sa che sta per perderla definitivamente: è allora che lui acquista coscienza della sublime natura dell’amore, della sete di vita della compagna e della sua totale libertà di spirito, doni ai quali lui ha rinunciato lasciandosi trascinare in un gioco ipocrita.
Insostituibile Zenit, capace di affidare a un lancio di dadi un amore e di barare per amore di verità.

 

 

I Viceré

di Federico De Roberto

BUR

 

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Opus magnum della letteratura popolare e colta italiana, che alla pubblicazione ricevette inusitate stroncature che valevano storici abbagli, “I Vicerè” è una saga epica che raggiunge una penetrazione senza pari nell’esplorare la storia e il garbuglio di vicende umane che ruotano intorno a un centro mobile e affollato: la genealogia degli Uzeda di Francalanza, nobili che ricollocano nella Sicilia ottocentesca le ambizioni del romanzo-mondo, di cui De Roberto è tra i massimi demiurghi. Una ricchezza impareggiabile di agganci storici e colpi di scena e legami incrociati tra i personaggi, ognuno destinato a emergere come protagonista momentaneo, in uno scenario di grandezze e decadenze, grovigli di vizi e meschinità: un capolavoro di narrazione che catapulta il lettore in una Sicilia storica e fantasmagorica. Un fondamento nella linea del romanzo italiano più ambizioso e feroce, un “Gattopardo” esploso e trionfante.

Federico De Roberto

 

 

Maria Bellonci ha il dono di cogliere nelle storie del passato la vita stessa al momento del suo farsi, captando le sue cadenze, il suo colore, il suo peso di destino. Nessuno è paziente e astuto come lei nella ricerca d’archivio; e nessuno come lei sa far diventare il documento conoscenza interiore.Proprio adoperando il documento come elemento narrativo, questa “originalissima scrittrice”, come la definisce Luigi Baldacci, inserisce nella nostra realtà vivente la presenza di Lucrezia Borgia, luminosa e capziosa di malinconie indecifrabili e di un potente magnetismo vitale; creatura che rimase sempre, fra le più cupe tragedie del suo ambiente, isolata da esse, in una solitudine ancora al centro della propria esistenza. Lucrezia Borgia di Maria Bellonci ha fatto trionfalmente il giro del mondo, con le sue numerosissime edizioni in diverse lingue, ed è considerata dai critici in Italia e all’estero un’opera classica.

Da: Mondadori

Maria Bellonci

Roma 1902-1986. Esordì nel 1939 con Lucrezia Borgia (premio Viareggio). Tra le sue opere, che spesso rievocano ambienti e personaggi del Rinascimento: Segreti dei Gonzaga (1947), Pubblici segreti (1965), Tu, vipera gentile (1972), la traduzione del Milione di Marco Polo (1982), Rinascimento privato (1985, premio Strega) e Segni sul muro (1988).

 

L’amante giapponese

di Isabel Allende

Feltrinelli, 2015 – 281 pagine

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Alma Belasco, affascinante pluriottantenne, colta e facoltosa, decide di trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Lark house, una residenza per anziani nei pressi di San Francisco. In questa struttura, popolata da affascinanti e bizzarri anziani di diversa estrazione sociale, stringe amicizia con Irina, giovane infermiera moldava, di cui presto si innamorerà il nipote Seth Belasco. Ed è ai due giovani che Alma inizierà a raccontare la sua vita, in particolare la sua grande storia d’amore clandestina, quella con il giapponese Ichi, figlio del giardiniere dell’aristocratica dimora in cui ha vissuto, nonché compagno di giochi sin dalla più tenera infanzia. Sullo sfondo di un paese attraversato dalla seconda guerra mondiale, con le taglienti immagini di una storia minore – quella dei giapponesi deportati nei campi di concentramento -, si snoda un amore fatto di tempi sbagliati, orgoglio malcelato e ferite da curare, ma al tempo stesso indistruttibile, che trascende ogni difficoltà e vive in eterno nel cuore e nei ricordi degli amanti.

Quarta di copertina

“Ci sono passioni che divampano come incendi fino a quando il destino non le soffoca con una zampata, ma anche in questi casi rimangono braci calde pronte ad ardere nuovamente non appena ritrovano l’ossigeno.” L’epica storia d’amore tra la giovane Alma Belasco e il giardiniere giapponese Ichimei: una vicenda che trascende il tempo e che spazia dalla Polonia della Seconda guerra mondiale alla San Francisco dei nostri giorni.

Isabel Allende
Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, e La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001).

Da: La Feltrinelli

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