Recensioni

In questa pagina trovate recensioni varie, in particolare di autori emergenti; per quelle relative agli autori affermati e i classici della letteratura, rimando alla rubrica Letture recenti

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At World’s End: Wanted Pirates

di Sabrina Pennacchio

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Oggi diamo un’occhiata al romanzo di Sabrina Pennacchio, Wanted Pirates, una storia di… esatto, di pirati, un genere che ha avuto tanta fortuna in passato ed è tornato in auge dopo la serie di successo di Pirati dei Caraibi. Anche qui abbiamo come protagonista un Jack, che però nel mio immaginario non ha per nulla le sembianze di Johnny Depp, quanto, al 100%, di Chris Hemsworth 🙂 Impossibile non parteggiare per lui, nonostante sia il cattivo della storia. E l’autrice si rivela bravissima a farcelo amare, anche se non dichiaratamente, e farci in fondo in fondo sperare che il tutto sfoci in una bella storia d’amore con la bella Marina Charlotte. Certo, è un romanzo di intrattenimento, ma non è del tutto scontato, ci sono tanti cliché (penso ad esempio ai cannibali sull’isola del tesoro), eppure il romanzo non annoia, non stanca, scorre rapido, tiene alta la tensione più di tanti altri libri di narrativa che cercano di essere magari più innovativi. D’altra parte una bella storia di mare e pirati ci voleva, dato che ormai sono passati alcuni annetti da quando divoravo il ciclo dei corsari delle Antille di Salgari, Il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda, la figlia del Corsaro Nero e poi, nel caso dei classici della letteratura, Joseph Conrad. Ma torniamo a Wanted Pirates: i personaggi sono convincenti, non scadono nel ritrito, il tutto è prevedibile eppure non lo è, si ha voglia di scorrere in fretta pagina dopo pagina per continuare a perdersi in questo mondo insieme ai protagonisti. Pian piano viene creato il mistero, che non sarà però nulla di soprannaturale, come nei famosi Pirati dei Caraibi, ma una pura storia di povertà, miseria e rabbia sociale, come ne sono esistite tante nella realtà.

Cosa mi è piaciuto

Lo stile dell’autrice, i dialoghi convincenti e non forzati, la lingua tagliente di Jack, i dubbi di Marina, il suo sviluppo psicologico, il realismo, pur nel genere fiabesco-narrativo, dell’azione. Il ritmo molto veloce che, nonostante ciò, approfondisce i pensieri e le sensazioni della protagonista, senza invece addentrarsi in quella degli altri personaggi. Ritengo che questo artificio renda anche più realistica la realizzazione perché il lettore si fa automaticamente più domande sulle loro vere intenzioni. Il romanzo è diviso in 30 capitoli, in cui l’azione però salta da una scena all’altra all’interno dello stesso capitolo, come in un film, tenendo alto il ritmo.

Cosa non mi è piaciuto

Con un buon editing il romanzo si potrebbe perfezionare ancora, eliminando qualche ripetizione e migliorando qualche espressione. Non capisco la scelta di chiamare ogni tanto la protagonista con il solo cognome, invece di miss Surcouf o la Surcouf o la signorina Surcouf. Avrei anche evitato le note (pochissime comunque) in mezzo al romanzo che spiegano le scelte storico-geografiche alternative, poiché rivelano la finzione romanzesca e fanno uscire il lettore, che invece si sta immedesimando, dalla storia. Come titolo avrei preferito solo Wanted Pirates per non riprendere esattamente il sottotitolo del terzo capitolo della serie Pirati dei Caraibi.

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WC Tales

di Vincenzo De Lillo

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WC Tales: 7 racconti brevi e spensierati, perfetti da leggere in momenti… di ritiro spirituale. “Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale” è infatti il sottotitolo. Il libro promette bene, il titolo e la copertina sono divertenti e simpatici. L’autore esordiente Vincenzo De Lillo si cimenta però con uno dei generi più difficili in assoluto, la novella, ma non è tutto, perché qui si tratta di novelle comiche, il che ne accresce ancora la difficoltà. In uno spazio breve riuscire a interessare il lettore dando una svolta inaspettata e fare anche ridere è davvero un’impresa ardua, non è da tutti, ecco perché in generale mi piace molto il genere della novella. Vincenzo non è uno scrittore, la sua intenzione è distrarre, dare al lettore un passatempo carino che allieti la giornata, ci dice. La sua tecnica è acerba, i racconti sono grezzi, eppure Vincenzo sa scrivere. Non ne è ancora consapevole, ma sa scrivere, ed è anche divertente. La tensione c’è, anche il messaggio c’è, a volte è esistenziale, a volte sociologico, a volte, come in Dries, è poetico. Quest’ultimo racconto mi ha ricordato quelli di Teodoro Lorenzo, Le streghe di Atripalda, la cui recensione potete leggere più in basso su questa pagina. Dries è intrigante perché tiene alto l’interesse: chi sono questi amici, cosa fanno, dove si trovano, quale missione, quale avventura pericolosa stanno vivendo? Alla fine la svolta è inaspettata e ci riporta alla realtà, alla spensieratezza dell’infanzia. Simile anche il racconto Vincent & Albert, storia di un’amicizia che dura anche oltre la morte; The bad trip è simpatico, ma trovo che la realtà dovrebbe essere rivelata solo alla fine, per mantenere il dubbio sull’entità degli alieni; Cuore di mamma necessiterebbe di più tensione per introdurre il finale che spiazza; La supplenza è carino e sembra proprio tratto dalla realtà, pur sfociando nel surreale dell’inno nazionale, ma la reazione dell’insegnante rende perplessi per l’abbondanza di parolacce. Ecco, questo è un capitolo a sé; io non sono contraria alle parolacce in generale, ma vanno dosate. Hanno un effetto solo se vengono usate con parsimonia, non tre in una frase di cinque parole, per intenderci. Altrimenti al terzo mer… o str… danno fastidio più che divertire. E infine abbiamo il tragicomico Garibaldi, questo del tutto grottesco, divertente nelle scelte lessicali, eppure lascia l’amaro in bocca perché i personaggi sono tutti dei poveri cristi: la madre malata, il figlio single, confuso e aggressivo, la vicina acida e sola anch’essa, l’altro vicino dal corpo sfatto… E qui veniamo al tema principale. Molti personaggi sono dei poveretti, a partire dal protagonista di The bad trip, quindi la comicità ha tante volte un gusto amaro. Io ho l’impressione che l’autore, pur volendo regalare ore di pura spensieratezza, faccia trasparire proprio questo, la tragicità del vivere umano, solo che non ne è consapevole. È un esordiente e non padroneggia ancora questi meccanismi, la tecnica della scrittura va limata e sono in particolare le novelle le opere che vengono più rielaborate, perfezionate, smussate e affinate dagli autori di prosa. Non basta buttare giù una buona idea come viene, ci vuole tanto lavoro. Per questo consiglierei a Vincenzo di collaborare con un bravo editor per sfruttare tutte le sue potenzialità.

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X Segreto

di Osvaldo Neirotti

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Oggi recensirò il romanzo, primo di una trilogia, di Osvaldo Neirotti, un artista a tutto tondo, pittore, scultore e naturalmente… scrittore. Il romanzo, pubblicato dalla casa editrice Il Viandante e presentato al Salone del Libro 2018 di Torino, si presenta molto particolare sotto vari aspetti. Non indulge tanto in descrizioni particolareggiate, né cerca di allestire uno scenario dettagliato per creare l’illusione di un mondo fantastico, dà più l’impressione di un papà o un nonno che racconta, oralmente, una storia. Lo stile è infatti molto sintetico, neutro, sobrio ed essenziale. La storia inizia un po’ in sordina, non presenta colpi di scena ad effetto, ma si snoda con gradevolezza, finché l’avventura prende forma. L’autore non gioca tanto sulle emozioni, né si dilunga a farci conoscere l’intimità dei personaggi; oltre alla pura azione conosciamo solo un po’ il personaggio di Ecoref attraverso le sue battute e sappiamo che Solo è triste perché non ha un passato. La storia è veramente ricchissima di personaggi, tratti dalla mitologia classica e dagli immortali miti e leggende del fantasy e dei racconti popolari. Non manca anche un tocco di Indiana Jones alla ricerca del Graal in un antro oscuro con draghi e insetti raccapriccianti! Interessante l’idea delle maschere che influenzano il carattere dei personaggi e l’elisir che svela la personalità, ma anche i tanti, tantissimi destini, stratagemmi, storie nelle storie di questo mondo parallelo, un mondo allo specchio, fitto di anagrammi, nomi da leggere al contrario, con numerosi elementi mitologici in comune, come il fiume Lete o il Tartaro. Un messaggio interessante è che bontà e cattiveria non sono dirette conseguenze della natura di un essere, ma scaturiscono dalla propria indole; per questo abbiamo draghi buoni e altri sanguinari, licantropi premurosi e altri crudeli. La narrazione della ribellione contro l’Imperatore Nero non finisce qui e sarà certo interessante da seguire, rimane quindi la curiosità su chi sia Solo, sul perché porti la maschera e su cosa succederà al personaggio che, dal mondo reale, è passato attraverso un portale e si è ritrovato a Etrar, il mondo parallelo alla nostra Terra. Il libro è corredato di immagini tratte dalle carte da gioco dipinte a mano che fanno parte del progetto, insieme a un gioco da tavolo, perfetto per accompagnare il romanzo. Nel romanzo troviamo la descrizione del gioco di carte “Gatta nera e regina” e del tablot. Si vede che l’autore ne è appassionato, come anche di armamenti e arti militari, che descrive con la massima precisione e coinvolgimento.

Cosa mi è piaciuto

Grandissima fantasia e ricchezza di personaggi, le numerose storie incatenate l’una nell’altra, la tanta creatività e inventiva.

Cosa non mi è piaciuto

Avrei voluto conoscere un po’ di più i personaggi, che non ho trovato molto approfonditi per un romanzo, forse anche per la quasi totale assenza di dialoghi. Ho fatto infatti un po’ di fatica ad associare una figura con una personalità e a volte dovevo tornare indietro a cercare chi fosse un dato personaggio perché non avevo ben impresse in mente le sue caratteristiche. Proprio per questo ho avuto la sensazione che fosse una storia letta da un nonno al nipote, perché quando si narra una storia non si descrive tanto la psicologia dei personaggi quanto l’azione. Ho avuto un po’ l’impressione che le storie, le vicende, le magie, le leggende, si fossero quasi sviluppate intorno ai personaggi, come se fosse venuto prima il gioco di ruolo e poi il romanzo. Nel complesso un progetto letterario interessante 🙂

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Il Kyls’Ahr – Il Figlio dei Cieli

di Marco Volpe

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Book trailer

Un “colossal” del fantasy! Si sarà riposato il settimo giorno, Marco Volpe, dopo la creazione di un intero mondo sin dalle sue origini, descritto con toni epici e ispirazione mitologica? Naturalmente anche questo romanzo tratta della lotta fra bene e male; troviamo infatti esseri umani, nani, creature simili ad elfi dall’essenza spirituale e votati all’ordine e alla virtù, e creature mostruose, demoniache, giganti del male come un novello Crono e relativi titani… Notevole la volontà di fondare la storia su origini epiche e di motivare così il dipanarsi della trama. Bellissime le descrizioni – indice di una fantasia sconfinata – di un mondo estremamente articolato, a volte anche difficile da seguire, ma soprattutto da ricordare. Tanti sono i fatti e i nomi che ho dovuto varie volte tornare indietro a cercare chi fosse il personaggio che rispuntava tra le pagine! Per fortuna che c’è la funzione di ricerca digitale, altrimenti è arduo, talmente tanti sono i personaggi, le razze, gli esseri leggendari… Molto interessanti le idee e la cultura mitologica, molto sgargianti le descrizioni, specie degli esseri non umani. Un “cattivo” per nulla piatto e stereotipato e tante altre razze molto realistiche e credibili. Devo dire che ho trovato nettamente migliori le descrizioni di Eldensil, nani, mostri ibridi e figure mitologiche/demoniache, rispetto a quelle degli umani, più fluide, più vivide e facili da seguire e immaginare, per nulla pesanti o forzate; la lingua scorre sciolta e i personaggi prendono forma e colore. Ho notato qualche piccola incongruenza nella storia, ma non tante, considerando la mole del lavoro. Certo, si sente l’influsso di papà Tolkien, ma la storia è personale, non semplicistica e sicuramente innovativa. Lo stile non lo definirei barocco, come indicato nella prefazione, barocco è per me lo stile di D’Annunzio, che gioca con le parole e i suoni, strega, inebria, questo stile vuole essere preciso, completo, dare tante informazioni, fare immaginare le scene e i personaggi, solo che può risultare a volte un po’ prolisso e di difficile lettura. Mi spiego: se invece di scrivere “pensò” credendo che sia troppo banale, si scrive ad esempio “la sua mente infervorata si fece trasportare da un intrepido pensiero” è molto più elegante e ricco, ma va usato con parsimonia, perché infilando varie locuzioni di questo tipo una dietro l’altra, la lettura rischia di diventare poco scorrevole. La cura dei dettagli, molte volte tecnici, invece, non mi ha disturbato per nulla, anzi, ha reso il tutto più realistico e interessante. E poi vogliamo parlare della lingua inventata dall’autore? Bellissima, come pure tutti i nomi. L’unica cosa che mi ha un po’ dato fastidio era che (pochissimi) nomi fossero tipicamente inglesi (Lightstorm, Lancaster…) per me questa cosa non va perché tra tanti nomi frutto di fantasia, questi sono indissolubilmente legati a un’origine geografica che richiama la nostra cultura e quindi intralcia un po’ la visione di un mondo completamente di fantasia riportandoci alla realtà.

Cosa mi è piaciuto

Sicuramente avrei una visione più completa leggendo tutti i libri della saga, dato che questo è solo il primo e la storia è appena iniziata, ma certamente promette bene. Il finale sarà, immagino, scontato, il bene vince sempre (o magari no?), tuttavia mi interesserebbe soprattutto vedere in azione le forze contrapposte, che sembrano immani sia da una parte che dall’altra e come l’autore risolverà il tutto tenendo alta la tensione. Sono sicura che sia un’ottima saga nel suo genere.

Cosa non mi è piaciuto

Come ho accennato sopra, lo stile era a volte un po’ pesante e intralciato dal tentativo di scrivere in modo non banale, quindi l’unica cosa che potrei consigliare è magari di semplificare un po’. Semplice non vuole dire per forza banale, in fondo Kafka scriveva in modo quasi elementare, ma con quanto significato dietro! 🙂

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Fahryon

Parte prima de “Il suono sacro di Arjiam”

di Daniela Lojarro, GDS Edizioni

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Premetto che, recensendo solo il primo volume di una saga fantasy, non ho il quadro completo dell’evoluzione dei personaggi e della storia e quindi la mia prospettiva potrebbe risultare riduttiva, mi limito quindi ad esporre le mie osservazioni su questa prima parte.

Il romanzo si apre con atmosfere quasi elfiche, suggerite dai temi esoterici o derivate da conoscenze filosofico-matematiche, come l’uroburo, simbolo dell’infinità dell’energia e della vita, o l’ottagono, figura intermedia tra il quadrato, che rappresenta la terra, e il cerchio, che simboleggia invece l’infinità del cielo, mettendoli in comunicazione. Tutti questi concetti, la ricerca della perfezione geometrica, dell’ordine, dell’armonia degli opposti, si sintetizzano nel Sacro Suono, con cui i Magh entrano in comunicazione grazie alle vibrazioni che li avvolgono e trasportano in altre dimensioni fatte di armonie, luce e colori dando anche luogo a visioni. Secondo il mio parere questi temi non sono per nulla astratti, non sono inventati tanto per dare un’ambientazione a un fantasy, ma sono del tutto reali. Chiunque abbia mai cantato, magari in un coro, sa di cosa si tratti. Le voci, le varie tonalità si fondono a formare vibrazioni che penetrano fisicamente nei corpi. Sia la nostra voce che vibra nel petto, che quella degli altri, trovano un’assonanza, creano un’armonia, hanno un effetto che può essere rilassante o rinvigorente, ma sempre e comunque positivo. Non serve molto per arrivare a pensare che quest’armonia abbia qualcosa di divino, una divinità non antropomorfa, ma fatta di armonia ed equilibrio. Come diceva Albert Einstein, infatti, “Esseri umani, piante o polvere cosmica: tutti danziamo su una melodia misteriosa intonata nello spazio da un musicista invisibile”.

Nel progredire del romanzo la storia pare inserirsi in un ambiente medievale e orientaleggiante (anche se i pomodori e i peperoncini ci fanno un po’ rimanere perplessi, dato che nella nostra cultura arrivarono dall’America dopo il Cinquecento), con nomi molto ben trovati e, giustamente, non immediatamente ascrivibili a una particolare lingua o popolo a noi noti. Mi è piaciuto molto anche il termine stesso Magh, che ricorda i Magi, i quali per noi sono i “sapienti”. Nel complesso un buon tentativo di unire alcune nozioni filosofiche con le emozioni di chi, come l’autrice, canta a livello professionale e ci vuole trasmettere la sua esperienza, che è emotiva, ma anche magica e amMALIAnte 🙂

Lo stile di scrittura è molto corretto, gentile, aggraziato, minuzioso, con accurate scelte lessicali nelle descrizioni, migliore però nei dialoghi più spontanei, quelli scritti di getto mentre si è calati nella parte, più che ponderati e ragionati per tenere fede all’idea di un certo personaggio. Venendo appunto ai personaggi, purtroppo li ho trovati piuttosto stereotipati, un po’ forzati, il vecchio saggio, il cattivo raffinato ed elegante, la giovane fragile ma risoluta, il cavaliere eroico, la domestica affettuosa ed espansiva… So che il fantasy esige la presenza dei buoni e dei cattivi, ma li avrei preferiti a tutto tondo, magari non solo buoni e solo cattivi, magari in dubbio o persi in situazioni insolite, magari che sbagliano, insicuri della parte che hanno scelto o stanchi di inseguire le loro bramosie di potere e commettere nefandezze oppure di fare sempre gli eroi e scegliere ciò che è giusto con abnegazione e spirito di sacrificio. Forse mancava un po’ di introspezione che ce li facesse conoscere meglio.

Cosa mi è piaciuto

Come ho detto sopra ho apprezzato molto i nomi, la struttura geografica, etnica e fisica dell’ambientazione e soprattutto la fantasia e la creatività dell’autrice. Naturalmente anche l’idea del suono come sintesi dell’armonia, della giustizia, dell’ordine contrapposto al caos, all’oscurità, all’assenza di suoni e colori ricercati invece dagli antagonisti. Penso che avrebbe potuto essere sviluppato ancora di più, pervadendo maggiormente la realtà e facendoci vedere come ne sia influenzata e cosa la renda diversa dalla nostra.

Cosa non mi è piaciuto

Gli errori di battitura e di punteggiatura che in un libro pubblicato da una casa editrice non dovrebbero esserci e che denotano la carenza di un’adeguata revisione da parte dell’editore.

E poi, e questa è un’opinione del tutto personale, la mancanza di passione. Ho apprezzato le amorevoli descrizioni dei giardini, del deserto, dei palazzi… ma non li ho visti, erano descrizioni accurate, ma non quadri. Lo stesso per quanto riguarda le azioni: le ho lette, seguite, comprese, ma non ho sentito emozioni, non ho avuto paura per i protagonisti, né mi sono impressionata o commossa. Il cattivo non mi ha spaventato, il buono non mi ha conquistato. Mi mancava quella lingua che ghermisce, che graffia, che è un pugno nello stomaco o che ti fa piangere perché purtroppo sei arrivata all’ultima pagina. Sono sicura che l’autrice possa fare ancora meglio se si lascia andare proprio a quel suono, a quelle vibrazioni, a quelle emozioni che abbiamo dentro e che basta ascoltare, senza pensare troppo!

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L’amore è uno zerowatt (forse…)

di Paola Cimmino, NeP Edizioni

foto di Zerowatt

Il principe Darkhan: pantera nera, oscura come fa presagire il suo nome, incapace di provare sentimenti, un ibrido fra la razza umana, con tutte le sue caratteristiche più deplorevoli, e quella angelica, che vive in un luogo dal nome MiddleLand (perché in inglese?), chiamato nel testo anche Terra di Mezzo. Si tratta di un romanzo con molte citazioni letterarie e un registro sicuramente colto, molto ricercato e splendidamente espressivo, che si alterna però a dialoghi colloquiali che non disdegnano parole volutamente scurrili e sproloqui arguti e pungenti. L’autrice sembra prendersi deliberatamente gioco dei suoi personaggi, della loro pochezza, della loro insignificanza, del loro vivere senza senso, solo per soddisfare i bisogni più impellenti, giustificati o meno, tanto in questo mondo misto e ambiguo tutto è ammesso perché nulla è vietato, non il male, ma nemmeno il bene… Il suo sguardo ironico e a tratti beffardo mostra infatti un mondo di esseri incapaci di compiere buone azioni, ma persino di esprimere la purezza del male; né carne, né pesce, esseri egoisti, inutili, il cui unico, e disprezzato, compito è sondare l’oscurità dei dormienti scovando incertezze e bisogni nascosti, incitandoli ad assecondare sogni e ambizioni, esasperando insoddisfazioni, scatenando desideri, ma senza recare valori etici, senza condannare il male né ricercarlo attivamente. Il bene e il male non sono infatti entità contrapposte, ma si fondono e si confondono, sono due facce della stessa medaglia.

Ho trovato questo brevissimo romanzo un’opera davvero notevole dal punto di vista dell’inventiva e soprattutto dello splendido stile di scrittura, grandioso nel descrivere con un lessico ricco, lussureggiante, pieno, forte e vivido, che sembra non voler prendere sul serio nulla e ridere dell’assurdità di ciò che escogita.

Il genere sfiora il mitologico, fa un’incursione nel fantasy, sfocia nel quotidiano, non disdegna il poetico e il drammatico, sempre mantenendosi a un livello elevato. Non capita raramente di dover rileggere alcune frasi per afferrarne i vari significati, determinati dalla particolare scelta dei termini; non mancano infatti sfumature di significato filosofico, sottili gradazioni di sentimenti da ricercare, da indagare e da cogliere.

Cosa mi è piaciuto

Il libro è davvero valido dal punto di vista linguistico e filosofico, nonché pittorico e plastico; una sfida intellettuale che cattura e intriga, che incuriosisce e a volte persino diverte.

Cosa non mi è piaciuto

Difficile dire cosa non mi sia piaciuto, il libro è complesso e bisogna comprenderlo appieno per apprezzarlo, i personaggi sono dipinti a tratti marcati, l’azione è secondaria rispetto agli aspetti linguistici e quasi ludici; nel complesso non è un’opera che accattiva il lettore dal punto di vista emozionale, forse sono solo la storia d’amore senza lieto fine e la drammaticità della situazione della ragazza innocente a intenerire. La redenzione infatti non appartiene a questi esseri, il lieto fine sarebbe scontato, apparterrebbe forse alla nostra immaginazione terrena, al nostro bisogno di conferme e sarebbe balsamo per le nostre paure, ma purtroppo l’inferno non esiste, perché “abita oscuramente dentro di noi”.

Certo il libro rappresenta più una sfida intellettuale che un accompagnamento emotivo per trascorrere ore liete a sognare di mondi fantastici. Una sfida che l’autrice sembra favorire facendo uscire il personaggio tanto dall’ambientazione favolistica di una specie di Olimpo, quanto dall’azione, con elementi che spiazzano il lettore e con il finale extra: un colloquio surreale con i personaggi che hanno ormai preso vita e conversano argutamente con lei. Magari avrei evitato il tipicamente regionale “Madò” per Madonna e qualche piccola altra cosetta, ma nel complesso trovo questo libro un esperimento riuscito 🙂

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Dodici porte

di Daisy Franchetto, Dark Zone

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Oggi recensirò il romanzo fantasy Dodici Porte di Daisy Franchetto.

Devo dire subito che l’ho trovato una bella fiaba, dallo stile di scrittura semplice e corretto, non molto evocativo, ma denso di significato nei contenuti. Il libro è frutto di un’enorme fantasia, si serve di tanti elementi innovativi, e altri già noti, come personaggi mitologici o esoterici, per creare un composto del tutto nuovo, un viaggio all’interno delle proprie emozioni e delle proprie paure, che la protagonista supererà svolgendo le prove assegnatele e guarendo internamente dalla ferita rappresentata dalla violenza descritta all’inizio del libro.

Pur partendo come una normale storia realistica, ambientata nel nostro mondo, e da un avvenimento reale, si sviluppa prendendo i contorni di una storia che ricorda molto “Alice nel paese delle meraviglie”, in particolare nell’incontro della protagonista con personaggi bizzarri e a volte anche spiritosi, che rappresentano una parte del suo subconscio e prendono a tratti aspetti anche oscuri, mentre le prove che le vengono assegnate sembrano un percorso terapeutico, una serie di scatole cinesi, di “storie nelle storie” che paiono non finire mai.

È un viaggio nelle dimensioni della mente, alla ricerca di serenità, fiducia e armonia, non solo a causa della violenza subita, ma che comunque inizia in seguito a tale motivo scatenante. Il romanzo segue un percorso iniziatico che porterà verso la guarigione, il superamento non solo del trauma ma anche dei vincoli, degli egoismi, delle paure, delle inibizioni, della povertà emotiva che affliggono un po’ tutti. È un percorso di dolore, ma anche di gioia, in cui Lunar scoprirà amicizie, devozione, bontà, preoccupazione per gli altri, solidarietà, pace e guerra, sacrificio, perdono, rispetto, comprensione. Ma il viaggio ha luogo realmente, in una dimensione parallela; è come se l’universo mentale si trovasse in un mondo separato dal nostro, eppure esistente, un mondo in cui entrare, camminare, interagire, scoprire, farsi raccontare avventure e aiutare chi ha bisogno, e magari è proprio quello il mondo reale, mentre quello di tutti i giorni è solo un riflesso temporaneo, solo immaginazione, solo un breve sogno.

La protagonista dovrà imparare che non tutto è come appare, nemmeno il suo carnefice. Ogni realtà ha sempre due o più aspetti. Forse il destino di Lunar è quello di “portare alla luce ciò che dentro di lei e fuori di lei è oscuro”, è il suo percorso, che magari non è uguale per tutti, ma “per tutti arriva dove è giusto che arrivi”. In quel mondo parallelo viene protetta, ma non viene tenuta lontana dai pericoli, perché deve scoprire che la trasformazione avviene con la morte di qualcosa, la quale comporta però una rinascita. Non si può vivere solo nel ricordo, in quel caso non si sarà mai liberi. Lunar passa attraverso lo specchio, proprio come Alice, e rientra in se stessa, diversa, rinnovata, più consapevole, più matura.

Cosa mi è piaciuto:

Mi è piaciuta molto la dimensione onirica, sospesa tra sogno e mondo reale, che fa perdere il senso della realtà. Ci si smarrisce nel labirinto di porte, tra le anime senza bocca e senza occhi, ci si siede tra i bizzarri estinti che attendono un’udienza per l’eternità pizzicandosi con battute sagaci, si osservano le arpie che soffrono per amore, ci si inchina davanti alla signora degli inferi, una stravagante bambola di terracotta, e ci si affeziona al dolcissimo personaggio di Virgilio.

Cosa non mi è piaciuto:

Ho apprezzato la storia e le intenzioni dell’autrice, e certamente è difficile giudicare tutta l’opera, dato che si tratta di una trilogia e questo è solo il primo libro. Occorrerebbe leggere tutti i libri per comprendere l’intero assetto così come è stato concepito dall’autrice. Quello che mi è mancato un po’ è l’emozione. Purtroppo non ho avuto paura, non mi sono commossa, non ho provato compassione, perché i personaggi, pur essendo fantasiosi, mancano un po’ di emozione e di introspezione. Il mio personaggio preferito è però Virgilio, una figura che avrebbe molte potenzialità, perché ha una storia commovente alle spalle, è simpatico, sorprendente e anche lui è più di quello che sembra a prima vista. Penso in conclusione che il primo libro prometta bene e, se gli altri libri chiuderanno il cerchio, nel suo genere sarà un’opera sicuramente interessante.

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Scaccianeve

di Paolo Fumagalli, Bibliotheka Edizioni

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Oggi recensirò un romanzo con molti elementi del fantasy classico, creature note (come elfi, centauri, fauni, nani e druidi con falcetto), ma anche qualche elemento nuovo.

A prima vista l’ambientazione sembra quasi storica, perché, pur utilizzando denominazioni topografiche e nomi di popolazioni irreali, pare inserirsi nella storia veramente accaduta prendendo in prestito la figura del principe impalatore che tanto ricorda Vlad di Valacchia, tanto più che la guerra viene condotta contro popoli di provenienza tipicamente orientale, sultani dalla pelle scura, che indossano turbanti, tessono splendidi tappeti e adorano un altro dio. Nel nostro versante troviamo invece un chierico, un sacerdote, cappelle, altari e benedizioni. La storia pare quindi ambientata in un’epoca vagamente medievale e a noi familiare, in una fortezza che fa da baluardo contro le incursioni dei popoli del deserto e che difende i Regni Centrali, luoghi di pace e serenità non lambiti dagli orrori della guerra.

Il romanzo sembra inizialmente incentrato sulla figura di un principe spietato che massacra brutalmente i nemici, ma cambia presto spostando l’attenzione sulla vera protagonista del romanzo, Corvina, una ragazza adolescente con la passione per il mondo della magia e dell’ignoto. Accanto a lei la figura paterna viene presentata in modo totalmente diverso, a mio avviso a tratti anche un po’ troppo moderno e contrastante con l’ambientazione.

Molto chiaro il sempre presente riferimento alla natura, alla bellezza di un mondo di acque fresche e boschi verdi, che viene minacciato dal sole del deserto, qui visto come puramente distruttivo. Nonostante ciò le figure degli antagonisti non sono dipinte come totalmente negative, anzi, il fratello del sultano non ama la guerra, non si interessa delle questioni di Stato, preferisce infatti lasciarle al fratello più bellicoso e il fatto di aiutarlo sembra più che altro un diletto, un modo per esercitare il suo ingegno e la sua cultura più che un deliberato tentativo di nuocere o distruggere. D’altra parte si deve anche considerare che per i popoli del deserto il fatto di espandere il regno del caldo estivo non è visto come un attacco alla natura, perché è il loro ambiente naturale, quello in cui si sentono più a proprio agio.

Per tornare alla figura protagonista del romanzo, si notano frequenti accenni al suo amore per i libri, che per Corvina sono maestri di vita, ma anche manuali pratici per creare pupazzi animati e imparare nozioni di magia. Quest’ultimo elemento, che permette di entrare in contatto con le forze naturali, pare aperto a tutti coloro che hanno il desiderio di affinare lo sguardo per lasciare spazio all’immaginazione, vedere ciò che si nasconde agli occhi altrimenti distratti, come fa appunto Corvina, che, determinata e sicura di sé, si interessa di tutto ciò che è misterioso, oscuro e non convenzionale. Si sente attratta da cose che, per lei del tutto naturali, non lo sono per la maggior parte delle persone, tanto da indurre persino un chierico mansueto, ma privo di carattere, a provare ad eseguire un inutile esorcismo per cacciare gli spiriti da lei evocati.

I  grandi temi su cui si incentra il romanzo sono, quindi, da una parte amore per la natura, con conseguente condanna di chi per avidità è disposto a distruggerla pur di soddisfare le proprie bramosie, e dall’altra attrazione per il regno della fantasia, per tutto ciò che, pur non essendo convenzionale, permette di scoprire il fascino del misterioso, il quale in fondo non si rivela spaventoso, bensì amichevole e disponibile. Tale mondo è strettamente legato ai libri, preziosi depositari di sapere, imprescindibili per ottenere conoscenze e consigli. Altrettanto positivi sono i druidi, anche loro garanti di una sapienza antica in grado di entrare in contatto con la natura e che viveva in armonia con essa, ma che, in seguito alle nuove dottrine, molto più dogmatiche e meno rispettose nei confronti della Madre Terra, è stata dimenticata e abbandonata. Una spiritualità naturale, che si difende dagli attacchi di chi non fa l’interesse della natura, ma si rivela invece volentieri a chi desidera solo proteggerla.

Questi i temi principali di Scaccianeve, che secondo me è un ottimo libro per ragazzi, perché presenta una trama molto spedita che non si dilunga e mantiene alta la suspense, dei personaggi delineati nettamente e una storia molto semplice da seguire.

Questa stessa semplicità lo rende a mio avviso meno adatto a un pubblico adulto, proprio perché ai personaggi mancano volume e sfumature, che non permettono al lettore di sentirsi parte della storia, che attenuano la sensazione di partecipazione ai loro destini e non fanno provare emozioni.

Cosa mi è piaciuto: ho trovato interessanti alcuni elementi inediti come i pupazzi che, fabbricati con lana, seta e cartone, prendono vita, un po’ come i bambini che infondono vita a soldatini e bambole creando storie con la fantasia, mentre ho apprezzato meno altri che mi sembrano un po’ abusati, come la ricerca degli spiriti proprio di notte nel cimitero, il tappeto magico o l’uso di figure mitiche abbastanza inflazionate come centauri e fauni. Alcuni personaggi sono piuttosto interessanti perché si allontanano dai cliché e avrebbero potuto essere sviluppati ancora meglio, anche se in tal caso il libro avrebbe deviato dalla storia lineare e sintetica che lo contraddistingue; penso ad esempio ad Argul, il fratello che odia l’aridità della politica e della ragion di Stato e che preferisce coltivare il proprio intelletto in un’oasi di bellezza e meditazione, oppure il mezz’elfo: all’apparenza astuto e avido, eppure in realtà un povero disgraziato, un ibrido che non trova il proprio posto in nessun luogo, o ancora il chierico, frustrato dalla propria inutilità e in fondo vile.

Cosa non mi è piaciuto: a mio avviso un libro ben riuscito deve essere in grado di toccare le corde emotive nell’intimo del lettore; sono splendidi quei libri in cui l’ultima pagina fa nascere un senso di sgomento perché ti sembra di aver perso degli amici, di non poter più vivere le vite che la storia ti aveva fatto sentire tanto vicine da farne parte, una perdita che resta indelebile nell’animo. Per questo trovo che questo libro sia adatto a un pubblico giovanile, che certamente apprezzerà la storia limpida, la prosa educata, descrittiva e corretta, il messaggio chiaro, i personaggi simpatici e il lieto fine. Per quel genere di pubblico trovo però che non si addica tanto l’unico ed evitabile riferimento agli appetiti sessuali di Krad o alla scollatura di alcune delle protagoniste, ma è un’opinione puramente personale 😉

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Le streghe di Atripalda

di Teodoro Lorenzo, Bradipolibri Editore

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Avere la fortuna di continuare a fare, da adulti, quello che si faceva da bambini è un privilegio di pochi. Lo sport ti concede questo privilegio regalandoti un soffio di eternità: è un atto d’amore in cambio del quale ti lascia continuare a giocare e restare bambino. Ma l’eternità è prerogativa divina: noi siamo umani e dobbiamo fare i conti con i nostri limiti. A un certo punto si deve dire basta. Non si può più giocare, si smette di essere bambini, è un momento doloroso, ma resta l’amore. E anche i ricordi, e se non ce ne sono, si inventano.”

Questo un estratto della prefazione del libro di Teodoro Lorenzo, Le streghe di Atripalda, 14 novelle incentrate sul tema dello sport, che ne prendono spunto per viaggiare sull’onda di temi universali e sempre attuali, quali la ricerca di sé, il senso della comunità, la forza del perdono, la comprensione della diversità, l’amore per la vita in tutte le sue fasi, l’amicizia, l’onore, il coraggio.

Questa raccolta di novelle, uno dei generi letterari più difficili in assoluto, che non tollera errori al pari dell’acquarello in pittura, è una collezione di splendidi quadretti, giusto per riprendere il parallelismo: perfettamente sintetici, compiuti, con una struttura leggera che quasi senza sforzo fa immergere il lettore in ricordi d’infanzia, di spensieratezza, di mondi sospesi nel tempo, di sorrisi, di affetti e memorie care.

Si sente letteralmente la delicatezza della voce dell’autore in queste novelle, il tocco di malinconia che ricorda i tempi passati, le amicizie che ha coltivato, i destini con cui è entrato in contatto nel corso degli anni, gli affetti di un tempo, la tranquillità di una vita che non era preda di distrazioni sguaiate, ma apprezzava i dettagli, amava la semplicità. Dalla bruma di questa atmosfera sognante e lirica emerge la bellezza di essere bambini e di non avere pensieri, cullati dall’amore dei genitori e degli amici, l’idea di avere tutta la vita davanti, la gioia della scoperta e della sorpresa. Lo sport diventa quindi davvero un privilegio perché permette di prolungare questo diletto, di continuare a sognare, di prendere meno sul serio la realtà.

Cosa mi è piaciuto: ho trovato ottima la prosa di Teodoro Lorenzo, molto matura nella sua leggerezza e nella sua capacità di passare dall’ironico, ma pieno di bontà d’animo, all’assoluta poesia della descrizione del mare, del fiume, della luna, tutti elementi che entrano a fare parte delle novelle come protagonisti interagendo e provocando nei personaggi prese di coscienza. Bellissime le storie, molto poetiche, delicate, gentili, ma non solo, anche filosofiche ed educative. Uno stile narrativo mai pesante o pretenzioso, bensì sempre equilibrato, rifinito e misurato. Bella anche l’ambientazione in vari paesini d’Italia, con le loro unicità e caratteristiche.

Cosa non mi è piaciuto: devo dire pochissimo. Personalmente non mi piacciono tanto gli artifici narrativi come i colpi di scena, quindi non amo molto, ad esempio, i casi di ritrovamento casuale di una persona conosciuta da bambini in una metropoli lontana. Lo so che può in effetti accadere sul serio e che a volte bisogna soddisfare l’esigenza del lieto fine, specie in un genere così rigido come la novella, ma potrebbe colpire il lettore con un senso di poco realismo. In questo caso sto però davvero cercando il pelo nell’uovo. Questo libro ha tanti pregi che, alla fine di ogni nuovo racconto, si rimane con l’idea “no, questa è davvero la più bella” e alla prossima novella si finisce per dire lo stesso 🙂

Ben fatto, avvocato!

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Scegli me

di Marianna Coccorese, Eden Edizioni

Oggi recensirò il libro di Marianna Coccorese, giovane autrice di “Scegli me”, edito da Eden Edizioni, un libro di narrativa destinato soprattutto a un pubblico giovanile, sia per lo stile che per i temi trattati.

Cosa mi è piaciuto:

Ho trovato molto riuscito lo stile narrativo in prima persona e al presente, perché dà ritmo al racconto e fa sentire vivi e vicini i personaggi.

I dialoghi sono realistici, spontanei, credibili, molto vicini alla realtà.

I personaggi sono delineati in modo molto convincente, in particolare la protagonista Paola, adolescente ribelle ma di buon cuore, e il fratello maggiore Marco, carabiniere e figura paterna per la sorella, cresciuta senza padre.

Il tema dell’angelo custode è un’ottima “scelta”, con molte potenzialità filosofiche.

Carina l’idea di inserire la canzone del gruppo musicale che sembra fatta apposta per il romanzo e da cui l’autrice ha probabilmente tratto ispirazione.

L’autrice dimostra di avere tante buone idee, che però potrebbero essere sviluppate ancora meglio.

Cosa non mi è piaciuto:

Ho trovato alcune scene piuttosto scontate e prevedibili, come lettrice avrei voluto essere sorpresa, mentre la lotta tra buono e cattivo con scambio di sfere di diverso colore scagliate dall’una e dall’altra parte è secondo me troppo inflazionata.

I personaggi sono delineati in maniera convincente (ad esempio Paola, che, pur essendo presentata come adolescente ribelle, non scade quasi mai nei cliché), tranne in alcuni casi evitabili che l’autrice potrebbe curare ancora meglio.

Ritengo che il lettore vada ogni tanto sorpreso e spiazzato con qualcosa che non si aspetta, magari con un cambio di prospettiva, focalizzando l’attenzione su aspetti o dettagli che, pur parendo secondari, non lo sono perché nascondono ad esempio un significato più profondo. Questo mi è un po’ mancato nel romanzo.

La lotta tra bene e male è un tema intramontabile sin dalle origini del genere umano ed è sempre attuale, pur essendo stato sviscerato innumerevoli volte. In questo caso non ho notato il conflitto, rappresentato più che altro dagli antagonisti Fabio e Gabriele, nell’intimità della protagonista, poiché Paola in realtà non è mai attratta dal male, bensì cerca affetti sinceri, studia diligentemente e ha un buon rapporto con la famiglia, le amiche e i ragazzi della band. Il suo essere apparentemente allergica alle regole è un aspetto abbastanza marginale e del tutto naturale, in quanto insito nel carattere umano, particolarmente in quello giovanile. Nello svolgersi della narrazione nulla lascia intuire che Paola sia attratta dal male, quindi la lotta tra bene e male avviene all’esterno della sua personalità, sminuendo così la potenziale forza del tema.

L’ultima critica va però alla casa editrice, perché non ha curato attentamente l’editing. Nel libro si trovano varie sviste tipografiche, errori di battitura, regionalismi ed espressioni dialettali, perdonabili, data la giovinezza dell’autrice, ma che una casa editrice avrebbe dovuto correggere.

Nel complesso lo trovo un buon inizio per un’autrice esordiente, soprattutto in termini di stile di scrittura e di scelta dei temi. Come consiglio per il seguito del libro o futuri romanzi direi sicuramente di limare un po’ alcune cose, tante volte il “meno è meglio” (ad esempio in termini di fidanzamenti, baci e pugni sul naso), e di scegliere bene su cosa focalizzare la narrazione e cosa invece no, per non rischiare di banalizzare qualcosa che ha potenziale e potrebbe essere meglio sviluppato, risultando così più interessante e intrigante per il lettore.

 

 

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